Archive for April, 2006

there’s always a broom in my room.

Saturday, April 29th, 2006

Apponete (mentalmente) una crocetta su una delle due alternative di questo minitest, che ha lo scopo di consigliarvi a quale dei due concerti in città scegliere di recarvi questa sera.

- Se devo scegliere, preferisco il suono:
a) di un tamburo da cerimonia giapponese.
b) di una radio. Sporco e distante.

- Pulisco la mia stanza
a) con la mia scopa (poi ci salto su a cavalcioni e vado a fare un giro)
b) con amore

- “Signore mi scusi….”
a) STA ANDANDO A FUOCO SIGNORE!
b) ho un messaggio segreto per lei, scritto con una vecchia Remington.

- Una bella gita fuoriporta. Dove?
a) a scalare il Monte Infarto. Ed in cima accorgersi stramazzando al suolo che, in effetti, nomen quasi omen.
b) tutti a vedere le stelle di Sant’Andrea colando melassa.

-
Se devo andare a ballare mi piace
a) un bello scatolone incolore dove i concerti iniziano all’alba quando hai già messo le proverbiali radici nel cemento.
b) un gaio luogo a misura d’uomo, fumoso e colorato di diapositive sui muri, anche se alla fine del concerto (non proprio allegro) i musi saranno lunghi fino al viale

Maggioranza di risposte a: questa sera i Liars vi aspettano al Link (n fondo, in fondo, in fondo a San Donato)

Maggioranza di risposte b: questa sera non ci pensate nemmeno a perdervi il concerto dei Devics al Covo di Viale Zagabria 1.

La scelta è durissima.

c’mon…let’s go…

Wednesday, April 26th, 2006

Questa sera spero che ci vedremo al Covo per il concerto delle ragazze canadesi.
Io, a cose fatte, dovrei essere lì nella prima sala dopo l’entrata, con le cuffie che pendono dalle orecchie per un non-scheduled dj set.

rosehip may

Wednesday, April 26th, 2006

Vashti BunyanLa Autorun one-woman-co. è lieta di informarvi che la sezione “LIFE AND LIVE” sulla vostra sinistra sotto il faccione di Jim O’Rourke è rientrata in attività. In altre parole: finalmente c’è qualcuno che vi tiene di nuovo l’agenda fissa dei concerti di Bologna e provincia. Vi ricordo che il servizio è dedicato più o meno esclusivamente agli utenti dell’Emila Romagna ed infatti ove non esplicitamente indicato i locali in questione si trovano nel nostro amato capoluogo della mortazza.

Ovviamente la mia fonte principale è la sempre on the run Italy Gig List che, aggiunta all’”affittasi ubiquità” del week-end di Polaroid dovrebbe fornirvi un quadro veramente completo di tutti i divertissements settimanali.

Se sono colpevole di omissioni o negligenze informative, fatemelo sapere nei commenti.
E non dimenticate che se avete altre date o iniziative varie da rendermi note, c’è sempre la mail.

C’è da dire che più di un paio di appuntamenti sono assolutamente imperdibili: uno per tutti, la divina Vashti Bunyan ed Adem il 21 maggio al Container (ma anche su Marissa Nadler e Jana Hunter allo Zo Cafè c’è ben poco da scherzare). E chi non c’è è un black folker.

someone can see in your mind

Wednesday, April 26th, 2006

I Built to Spill sono bravi.

Dirlo sembra ridicolo e forse non siamo più abituati ad apostrofare le band in questo modo. La bravura non è più sufficiente. Ci sono miliardi di piccole formazioni che forse non verranno mai neppure firmate che si possono definire in gamba, e migliaia delle loro canzoni che ci faranno, o ci fanno già, tremare le ginocchia. Quindi, in reverse, proviamo a modificare i termini dell’equazione: Siamo noi che siamo bravi ad amare i Built to Spill.
built to spill - you in reverseBravi, o forse no. Forse sarebbe meglio dire brave: ci vuole del coraggio per amare i Built to Spill. Ci vuole una sorta di desiderio di isolamento per intrufolarsi nelle ragnatele delle loro canzoni e persino un po’ di masochismo per comprendere, o credere di farlo. E la ragione, per quanto possa sembrare, è che nessuno, e dico nessuno, come i Built to Spill parla a te di te.

La pratica dei Built to Spill, quella reiterata fino all’eccesso e portata alle estreme conseguenze, è il disancoraggio delle musica dal testo.
Voglio dire: le parole, contano? Contano sempre, ma in questo caso non fanno che sfumare i colori di una tavolozza di suono che cambia con il colore del proprio cielo. E non intendo il cielo sopra la nostra testa, intendo il cielo nel nostro petto, la tinta dei peniseri che si accalcano nella scatola cranica mentre la voce di Doug Martsch sega in due le convinzioni del momento o le rafforza.
La musica dei Built to Spill la si prende nel proprio cuore fino a che le partiture non sono state memorizzate nel codice della propria, ed esclusivamente della propria, sensibilità.

Quando si viene a pezzi come Going Against Your Mind le interpretazioni sono povere e fuori luogo. E quando la si canticchia ci si trova a fare un “air guitar” o a balbettare il refrain, per poi riprodurre in maniera apparentemente idiota la sequenza di note con la voce.
Si potrebbe dire lo stesso relativamente all’ermetismo di capolavori come Broken Chairs, oppure di quella nuova, scintillante gemma che è Mess With Time: una guerra di riff combattuta sulle intersezioni dei propri neuroni, una volta che la cuffia dell’Ipod o di che cazzo la svuota nei propri timpani. Chi sei? Dove sei? E perchè il mondo è così pesante? Perchè fa male?

Non dico che i Built to Spill non abbiano pezzi “allegri”, anche se scrivendo lo stesso aggettivo le mie dita si fermano.
Conventional Wisdom suona “allegra” nel mezzo di una campagna la mattina di Pasquetta come nel buio del Covo o in una giornata plumbea.
Dico che la musica dei Built to Spill, anche quando è “allegra” è struggente. E questa qualità è legata innanzitutto all’incapacità di descriverla: per quanto mi riguarda, la famosa frase di Miles Davis (”scrivere di musica è come danzare di archiettura”) è stata scritta per canzoni come Untrustable.

La prova è che, negli anni, le canzoni dei Built to Spill cambiano: non restano ferme, non si cristallizzano. Ed ancora, è perchè significano in maniera del tutto differente, raccontandosi in un linguaggio fluido, liquido, cadendo sui propri vesiti come una macchia di qualsiasi cosa che di volta in volta assume una forma diversa. E questo succede, ancora, perchè certe tracce non vivono di parole, ma di amalgama sonori precisi, virtualmente scomponibili ed allo stesso tempo inestricabili.

I Built to Spill sono matematica. Sono algebra dei sentimenti e delle sensazioni. Quel tipo di cosa che ti sfida alla decrittazione, ed allo stesso tempo ti lascia incantato davanti alla perfezione di una formula che, chissà come, dà sempre lo stesso risultato: you, in reverse.

(streaming di diverse canzoni, qui)

I’d like to say thank you - Tender Forever @ Il Covo, Bo 14.04.06

Wednesday, April 26th, 2006

Per me era un nuovo inizio, ma la mia prima serata al Covo dopo tre mesi - al concerto di Tender Forever che ho organizzato con tutta la passione che può solo venire dall’amore sviscerato verso un disco - sapeva troppo di fine. Ed oltre al resto, era la fine di Losing My Badge. tender forever

Forse però dovrei cominciare dall’inizio, anche se in questo periodo scrivere mi riesce quasi impossibile, come se avessi un lucchetto pesante attaccato a due giri di nylon attorno alle dita.
L’inizio è la mia prima settimana a Olympia, da cui sono tornata ormai da quasi dieci giorni. Parliamo delle ore tra il 10 ed il 17 gennaio. Avevo afferrato da uno scaffale il vinile di Tender Forever ed avevo visto la signorina in questione una volta in cucina, scambiandoci giusto qualche parola. A casa, la mia coinquilina quella settimana era via, era sola. L’America era distesa sui giardini dei vicini di casa e mi faceva paura attraverso i cespugli impregnati di pioggia.
Come mi pare di capire molti di voi, non ho amato subito The Soft and the Hardcore, ma un bel giorno di quella settimana l’ho messo su ed ho capito che cosa stavo cercando: “I am looking for the soft and the hardcore” era la sintesi giusta. Non se vi è mai capitato. E’ stata una formula magica rivelata in dormiveglia. E so che potrà sembrare banale, ma una volta che i miei desideri hanno trovato una casa nelle parole giuste, allora mi è sembrato di essere pronta per uscire, e prendermi quello che volevo. Ora, non è che sia così facile. Mi rendo conto. Eppure arriva un punto in cui ti guardi allo specchio e ti sembra che il vento in poppa soffi nelle tue maniche, spingendoti irresistibilmente in avanti.

Tornando al punto dal quale ero partita, ovvero al concerto di Tender Forever al Covo, adesso potete capire davvero perchè ho voluto tanto che Melanie salisse su quel palco: volevo che avesse qualcosa in cambio per quel dono incommensurabile. Volevo ringraziarla e credo di averlo fatto. Ho potuto farlo solo grazie al Covo, alla collaborazione di Enzo (per il quale, sono sicura, il disco ha avuto un’ importanza differente rispetto alla mia in termini qualitativi, ma simile quanto a valore) che l’ha intervistata ed ha pluri-postato in merito e grazie all’affetto, le parole ed i visi della stessa gente (qui il post della ele con qualche bella foto) che in quei tre mesi mi è mancata come se mi avessero sottratto una porzione di ossigeno da sotto al naso. Eppure, ho provato un jet lug emotivo che mi ha intontito - come trovarsi improvvisamente in mezzo a due mondi spazio-temporalmente distanti che collassano uno dentro l’altro. Beh, sapevo che sarebbe stato così: non poteva essere facile e non lo è stato. Meno che mai mentre Melanie cantava con quell’energia dirompente ed una faccia di bronzo quasi insospettabile. Meno che mai mentre si chinava verso di noi nelle prime file e cantava: “is it fun, or is it harsh?” e pensavo che in quel momento davvero non avrei saputo cosa rispondere.


Bad Behavior has blocked 195 access attempts in the last 7 days.