I Built to Spill sono bravi.
Dirlo sembra ridicolo e forse non siamo più abituati ad apostrofare le band in questo modo. La bravura non è più sufficiente. Ci sono miliardi di piccole formazioni che forse non verranno mai neppure firmate che si possono definire in gamba, e migliaia delle loro canzoni che ci faranno, o ci fanno già, tremare le ginocchia. Quindi, in reverse, proviamo a modificare i termini dell’equazione: Siamo noi che siamo bravi ad amare i Built to Spill.
Bravi, o forse no. Forse sarebbe meglio dire brave: ci vuole del coraggio per amare i Built to Spill. Ci vuole una sorta di desiderio di isolamento per intrufolarsi nelle ragnatele delle loro canzoni e persino un po’ di masochismo per comprendere, o credere di farlo. E la ragione, per quanto possa sembrare, è che nessuno, e dico nessuno, come i Built to Spill parla a te di te.
La pratica dei Built to Spill, quella reiterata fino all’eccesso e portata alle estreme conseguenze, è il disancoraggio delle musica dal testo.
Voglio dire: le parole, contano? Contano sempre, ma in questo caso non fanno che sfumare i colori di una tavolozza di suono che cambia con il colore del proprio cielo. E non intendo il cielo sopra la nostra testa, intendo il cielo nel nostro petto, la tinta dei peniseri che si accalcano nella scatola cranica mentre la voce di Doug Martsch sega in due le convinzioni del momento o le rafforza.
La musica dei Built to Spill la si prende nel proprio cuore fino a che le partiture non sono state memorizzate nel codice della propria, ed esclusivamente della propria, sensibilità.
Quando si viene a pezzi come Going Against Your Mind le interpretazioni sono povere e fuori luogo. E quando la si canticchia ci si trova a fare un “air guitar” o a balbettare il refrain, per poi riprodurre in maniera apparentemente idiota la sequenza di note con la voce.
Si potrebbe dire lo stesso relativamente all’ermetismo di capolavori come Broken Chairs, oppure di quella nuova, scintillante gemma che è Mess With Time: una guerra di riff combattuta sulle intersezioni dei propri neuroni, una volta che la cuffia dell’Ipod o di che cazzo la svuota nei propri timpani. Chi sei? Dove sei? E perchè il mondo è così pesante? Perchè fa male?
Non dico che i Built to Spill non abbiano pezzi “allegri”, anche se scrivendo lo stesso aggettivo le mie dita si fermano.
Conventional Wisdom suona “allegra” nel mezzo di una campagna la mattina di Pasquetta come nel buio del Covo o in una giornata plumbea.
Dico che la musica dei Built to Spill, anche quando è “allegra” è struggente. E questa qualità è legata innanzitutto all’incapacità di descriverla: per quanto mi riguarda, la famosa frase di Miles Davis (”scrivere di musica è come danzare di archiettura”) è stata scritta per canzoni come Untrustable.
La prova è che, negli anni, le canzoni dei Built to Spill cambiano: non restano ferme, non si cristallizzano. Ed ancora, è perchè significano in maniera del tutto differente, raccontandosi in un linguaggio fluido, liquido, cadendo sui propri vesiti come una macchia di qualsiasi cosa che di volta in volta assume una forma diversa. E questo succede, ancora, perchè certe tracce non vivono di parole, ma di amalgama sonori precisi, virtualmente scomponibili ed allo stesso tempo inestricabili.
I Built to Spill sono matematica. Sono algebra dei sentimenti e delle sensazioni. Quel tipo di cosa che ti sfida alla decrittazione, ed allo stesso tempo ti lascia incantato davanti alla perfezione di una formula che, chissà come, dà sempre lo stesso risultato: you, in reverse.
(streaming di diverse canzoni, qui)