Archive for June, 2006

dear mr. supercomputer

Wednesday, June 28th, 2006

Caro IBook,

per mesi ti ho visto sicuro di te - silenzioso ed impegnato a spingere i miei p2p, efficace, ordinato, serenamente disposto a custodire alcune parti importanti della mia vita. I miei pensieri e la musica che li ha oliati come un meccanismo che funziona a intermittenza e secondo criteri di volta in volta nuovi, i giochi dell’Amiga che abbiamo scaricato per riprovare il piacere di sentirci 10enni, l’emulator Nintendo, le mie recensioni, svariati episodi di Seinfeld e, cosa estremamente importante, gli episodi di Lost che abbiamo atteso fossero finiti con gusto e trepidazione.

Vorrei che mi spiegassi, dunque, cosa ti ho fatto per meritarmi quello che hai fatto questa mattina (la mattina in cui diventa ufficiale lo scioglimento di una delle mie band preferite di sempre, le Sleater-Kinney) Come ti è passato per l’hardware? Come hai potuto solo concepire di farmi questo? Adesso ci costringerai a spendere un sacco di soldi per i DVD di Lost da Expert (che, si sa, ha in assoluto i prezzi più competitivi di Bologna sui DVD, meglio dell’Amazon usato), a rigiocare Monkey Island 1 e 2 quando avevamo già completato la prima parte di entrambi i giochi ed a riscaricare gli zip di Mario Bros, Wall Street Kid, Duck Tales e Double Dragon.

Cos’è, hai pensato che fossimo troppo nerd e meritassimo una lezione? Non dovresti essere, proprio tu, l’amico dei nerd di ogni dove e quando?

Mi forzi anche a identificarmi con Carrie in Sex and the City, quando il suo Mac (uno dei tuoi milioni di fratelli, ma molto più vecchio) le dà la celebre e temuta faccina triste e cessa di funzionare perdendo brandelli e brandelli della sua vita, incluso il suo libro e tutti i suoi articoli.
Ti avevo chiesto di conservare con cura quelle cinquanta-sessanta recensioni - che per fortuna a quest’ora sono tutte pubblicate da qualche parte ma che c’entra? Erano come un corredo sempre prezioso anche se lo usi soltanto la prima notte di nozze.
E sarebbe bello si trattasse solo di quello.
Quelle cinquanta pagine di un libro scritto in mesi che forse, mi sarebbe piaciuto, o forse no sarebbe diventato qualcosa…avevo iniziato a scriverlo a novembre ed ora non c’è semplicemente più. I granelli di linguaggio binario in cui si erano strutturate ore ed ore passate assieme, io e te, sono completamente dissolti. Ecco, questo non posso perdonartelo, di tutte le cose. E’ una parte della mia vita che è andata via. Ed a poco è servito riavviarti e cercare in ogni tuo anfratto. L’hai cancellata.

No, lo so che mi stai per dire: che non ho ben chiaro il significato della parola backup. Ma credi che accetterò questa scusa? Questa “pezza a colori”, come si dice dalle mie parti? Mi prendo la mia parte di responsabilità, certo: quella volta che mia madre ti ha versato per sbaglio una bottiglia addosso, però, ho pianto anche io, perchè pensavo non ti saresti mai svegliato. E quella volta che siamo andati nell’Internet Point ed eri sporco di tutto, mi sono vergognata anche io, ma poi ti abbiamo pulito ed ora splendi del bianco candido delle colombe delle illustrazioni.

Per me, anche se sei solo un Mac e neanche dei più potenti, sei sempre stato un Supercomputer, come quello dell’Illinois(e). Adesso mi sembri truffaldino e vulnerabile come tutti gli altri aggeggi che hanno popolato i miei venticinque anni di vita. Un semplice supercomputer.

Per farti perdonare, certo, potresti aver completato per ora di pranzo tutta la prima stagione di Lost. Che dici? Ti chiedo l’impossibile? Il fatto che tu abbia cancellato tutta la cartella dei Documenti per nessuna ragione, quello, ecco, quello mi pare impossibile.

Sufjan Stevens - Dear Mr. Supercomputer

I created a language today (but it’s not for you to know)

Thursday, June 22nd, 2006

Mentre il lato luminoso della luna muove il proverbiale didietro sulla splendida Pull Shapes (me compresa, che ho totalizzato un loop di almeno 15 ascolti in un’ora), io, seguendo la pista di una recensione di Indiepop.it (la cui preziosità va senz’altro ribadita), mi sono imbattuta in Emmy the Great.

L’aggettivo che userei per descrivere Emmy è acerba. E’ una di quelle ragazze che, probabilmente, un pomeriggio si sono messe a scrivere poesie che poi, forse, hanno fatto leggere a qualche amico che le ha incoraggiate poi ad arrangiarle. Ed il bello è che il risultato sono delle canzoni che finiscono per essere arrotondate per difetto: anti-folk - come la definisce NME - che viene così facilmente dalla pancia e non dalla testa, più di una volta le liriche sono palesemente male arrangiate e per questo, oltre che per certa sensibilità standard ma decisamente intrigante, strappano un sorriso.
All’inizio ho pensato che Emmy suonasse un po’ come una Scout Niblett in versione strettamente acustica, poi mi sono convinta, specie ascoltando la struggente Atoms (che cita Wrapped Up in Books e suona persino un po’ troppo come quella “elope with me Miss Private..” che mi tira fuori le lacrime ogni santa volta) che canta come se fosse la perfetta versione femminile di Stuart Murdoch. Canopies and Grapes, la cui ultima parte è una specie di lista di nomi di band ed autori, quelli che un certo “lui” le ha fatto scoprire prima di sparire lì dove il punto della canzone è che, ovviamente, “lui” non è sparito (and it’s much too late to give you back your Magnetic Fields EP), merita almeno un ascolto.

Credo che Emmy, inglese, abbia poco meno di vent’anni. Di suo in rete si trova appena un demo (da cui sono tratti gli mp3 di cui sopra) anche se suppongo che tempo un mese o due si reperirà l’album intero, che per ora mi pare di capire che si venda soltanto sul suo Myspace. Ma questi sono più o meno dettagli.

L’estate 2006, se volete, ha un nuovo corredo di parole per (s)parlarsi addosso.

and now, for something completely ordinary

Tuesday, June 20th, 2006

Ci sono giorni qualunque che nascono da una mattina che non ha il piacere di potersi dire una mattina qualunque.
Non è una mattina qualunque quando ti svegli aspettando un paio di ulteriori mobili direttamente dall’inferno postmoderno del buon gusto a buon mercato, hai un saldo totale di 17 euro su due carte di credito e ti sei dimenticato il PIN di quella su cui hai 15, allora vai alla posta a ritirare due euro e chiedi per i 15 e la commessa ti fa una conferenza sul fatto che due carte di credito diverse sono come due case al mare diverse: ognuna ha bisogno della sua chiave.
Non è una mattina qualunque quando il postino non arriva da tre giorni a casa tua, for some reason. E tiene in ostaggio degli acquisti preziosi direttamente dall’Amazzonia del disco di buon gusto a buon mercato.
Ed in tutto questo, hai mal di testa.

C’è qualcosa, però, che riesce a fare di una mattina che per qualche motivo è così piena di grattacapi una mattina perfettamente comune, ed è l’album degli Oh No! Oh My!. La ragione è semplice. E’ un disco davvero comune che per qualche ragione è al momento il disco indie più popolare e venduto degli Stati Uniti.

E’ vero che indie non è un genere, ma ascoltando gli Oh No! Oh My! si ha l’impressione di sbagliarsi. E’ proprio una di quelle cosine ruffiane e piacevoli che potrebbero essere una summa delle ragioni per cui in fin dei conti riusciamo a dare un nome ed un suono a qualcosa di così Ind(i)efinito. E del resto, dopo un’illuminante discussione (la gente che non si intende particolarmente di indie è quasi sempre quella che riesce a darti le chiavi di lettura più logiche) sono arrivata a pensare che Il Grande Ind(i)efinito è un genere emotivo che spartisce qualcosa con una pluralità di registri sonori.
Dunque, stamattina quando ho ascoltato Lisa Make Love (it’s okay!), I Have No Sister ed I Love You All the Time e Women Are Born in Love mi si è proiettata davanti l’immagine di una band senza nulla da dire che, pure, è capace di racimolare un’attitudine sufficiente attraverso l’incursione nell’Interpolesco, nel twee, nell’electro-post-punk nell’akronfamily-folkesco e nell’ indiepop che gonfia le guancie di aria e fa una faccia infantile facendo tenerezza - che A Walk in the Park (da YANP) è il singolo che poi, in ultima analisi, ha guadagnato alla formazione di Austin una certa popolarità.

Parlando di indie si parlava anche di riciclo. Come se, appunto, il “nulla di nuovo” facesse parte pienamente quanto paradossalmente di una certa poetica. Il riciclo, mi dicevo stamattina mentre sistemavo gli asciugamani del bagno, fa parte della musica da sempre. Di tutta la musica. Tanto che, piuttosto, viene in mente se non sia più intelligente parlare di “ciclo” che di riciclo.
Gli Oh No! Oh My! però, sul loro Myspace, citano nelle influenze Belle & Sebastian, The Magnetic Fields, The Robot Ate Me, The Microphones, Sufjan Stevens. Voglio dire, citano gente come i Robot Ate Me, che esistono da un quarto d’ora. In altre parole, non c’è più tempo per il “ciclo”, ammesso che l’idea includa una qualche temporalità: gli Oh No! Oh My! mostrano senza volerlo un’altro degli aspetti che forse contraddistinguono l’indie come non-genere, l’iper-ciclo (o iper-ri-ciclo).

Insomma, se il disco degli Oh No! Oh My! fosse un Bignami dell’Ind(i)efinito, come sotto un certo punto di vista è, dovremmo rassegnarci a dirci ordinari. O quantomeno rassegnarci al fatto che l’Ind(i)efinito è a conti fatti così definibile che se ne può fare un Bignami.

fishes in a barrel

Friday, June 16th, 2006

Me ne ricordo perfettamente. Avevo chiacchierato a telefono sul marciapiede vicino al Latitude 30 e non vedevo l’ora che arrivasse il loro turno per entrare. Non so quante altre band ho bidonato quel giorno torrido per godermi loro. Austin splendeva delle sue mille lanterne festivaliere, vivace come uno dei non-luoghi disegnati dalle canzoni più vivaci dei Calexico. O, almeno, quella era la mia sensazione.

Il locale si riempiva mentre Tilly and the Wall montavano le loro pedane di legno, sapete, vero, che i Tilly and the Wall non usano percussioni. Fanno tip tap. Sul serio. In particolare una di loro (quella seduta sulla vasca a destra della foto) scalpita come un’invasata. Anche se tutte le due Campanelline, con tanto di tutu pastello, erano perfettamente calate in scarpe brillantinate stile ruby sleepers.

Poi è iniziato. Ed io per la prima volta in quattro giorni quasi al termine mi sono sentita sola. Perchè se avete ascoltato Wild Like Children almeno una volta sapete che Tilly and the Wall sta per “insieme”. Non in senso letterale, certo; nel senso che tutto nel sound di questo mini-collettivo celebra il baccanale casereccio, lo scioglimento delle briglie pesanti della sobrietà, il piacere di perdere la testa ballando sui tavoli alle 4 di mattina. Poi non so, se avete voglia di parlare di generi (: twee, country, folk, popopopopopopopopopopop) fate pure. Io quando parlo dei Tilly and the Wall parlo di voglia di festeggiare. Di alzare i bicchieri e baciare chi capita a tiro. Di giocare a moscacieca quando nessuno dei presenti si ricorda più cosa sia il pudore.

Venendo a noi: vagabondando come al solito tra siti di smercio vinili americani cosa scopro - Tilly and the Wall, a meno di un anno dall’uscita di Wild Like Children escono con Bottoms of Barrels (fondi di barile). Che poi è praticamente un sequel del disco precedente. Stesso stile, stesso fracasso, forse solo un tantino, ma proprio un tantino, di gusto in più per la sinfonia a molte mani. Piovono ancora gli handclappings, si parla ancora di confusione tra sessi (basta guardare l’oberstino della band, che si rade con un rasoio femminile - e lo so che è un rasoio femminile che ce l’ho uguale), di Midwest statunitense profondo (Omaha, ça va sans dire), di delusioni e conquiste post-adolescenziali.

Per come la vedo io, l’adolescescenza è quel barile profondo, profondo, in cui alcuni di noi nuotano ancora tanto a proprio agio. E ci si trovano talmente bene che alla fine si siedono sul fondo. Pesci in barile, si, probabilmente si. Ed in America quando qualcosa è troppo semplice si dice it’s like shooting fishes in a barrel, un po’ come è facile smontare la produzione di questa piccola band del Nebraska che fa capo ovviamente alla Saddle Creek e sa tanto dell’amato-odiato Bright Eyes. I cattivi li diranno insopportabili. Secondo me, però, è soltanto che hanno rinunciato ad essere (selvaggi come) post-bambini.

Tilly and the Wall - Bad Education

indiekids go balkanic (and terribly nostalgic)

Monday, June 12th, 2006

I Beirut sono il miracolo (che poi non è un miracolo, è una tragedia) di un’estate che va via prima di essere cominciata. Sono i pensieri che, come i fraseggi infiniti della fisarmonica ed i canti che si intersecano e si fingono “balcanici” quando sono “americanissimi”, formano una spirale di cui non si vede la fine.
Queste canzoni sono le Postcards from Italy che si stagliano contro i vetri della macchina mentre vedi davanti a te l’autunno che verrà ed il rimpianto di giorni più belli. Quelli che sono già finiti. Quelli che ti giri a guardare e solo quando li vedi scomparire all’orizzonte, sempre più piccoli e più sfumati, ti restituiscono lo sguardo saccente di chi hai sempre frainteso.
Il Gulag e la sua orchestra, che buffamente non perde mai i colori pastello dell’indiepop di moda che piace a Pitchfork ed a Insound, formano un recinto spinato davvero fuori dal comune. E’ un posto consapevolmente deserto in cui ti infili con piacere e piangi tanto per sfogarti, sapendo che puoi andare via in ogni momento. Ma poi, e di tutte è questa la cosa più assurda, quando esci e sei libero, finalmente, gli echi degli zoccoli dei prigionieri continuano a rintoccarti nelle orecchie perchè ormai ti senti uno di loro. Ti accorgi che, a dire il vero, non sei mai stato libero come quando ti sentivi infelice. E ti trovi a raccontare a chi ti aspetta fuori dalla cortina di ferro i giorni pigri della cattività (Idle Days) con il cuore duro e pesante di chi tutto sommato, non voleva essere salvato. Che la malinconia ha quel viso mezzo sorridente che ami perdutamente. Anche se non sai mai veramente a cosa sta pensando.

and now, impeach her bush

Wednesday, June 7th, 2006

Come direbbe la webmastra in uno dei suoi momenti più ispirati, Peaches sta tornando.
Per ora ho sentito molto poco (ma per bene) e sospendo il giudizio, ma in fondo all’11 luglio manca poco..

fiat adsl

Wednesday, June 7th, 2006

Direi che il titolo è abbastanza self-explanatory.


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