Archive for September, 2006

sabotage! alla radio

Friday, September 29th, 2006

Siamo stati un po’ reticenti sull’argomento: ci abbiamo messo una vita a partire, poi siamo partiti con discrezione temendo la prova del pilota. Comunque, eccoci.

Sabotage! alla Radio è il nuovo programma autunnale condotto da me e da Dariella. Trovate tutti i perchè, i per come e lo scheletro temporaneo o quasi del programma su radiosabotage.blogspot.com. C’è anche una mail e delle FAQ molto cazzone, che però dovrebbero “rispondervi”.

Woo-hoo!

god save the village green
(Bologna-Milano, a/r)

Thursday, September 21st, 2006

L’Eurostar da Bologna a Milano delle 8.16 è uno strano, strano posto.
La seconda classe è talmente ben frequentata che ti sembra di essere in prima: qualcuno guarda distinto fuori dal proprio finestrino, legge una rivista di finanza o di salute, qualcun’altro chiacchiera a telefono di curricula non ancora consegnati, qualcun’altro è ipnotizzato davanti allo schermo del suo portatile. Due signore davvero eleganti, appena uscite dal bagno per ritoccarsi il trucco, discutono di aziende di decorazione di interni e boutiques. Devi assolutamente venirci a trovare! Si, dovremmo creare una sinergia.
In stazione le ragazze sono tutte belle. Camminano con sussiego sui loro tacchi a stiletto, bene infilate nei loro tailleur gessati. Ci sono una valanga di barboni, muratori, extra-comunitari con le buste di plastica che sfrecciano di fianco ai loro nasi all’insù. E poi i ragazzi che lavorano ai bar sono mediamente stanchi, sudati e sotto i venticinque anni o sopra i trenta. Spesso non italiani. Quasi sempre hanno un viso greve, pesante, ricolorato sotto i neon e gli specchi che li riflettono, congelati nel tran-tran.
In metropolitana il rumore del treno che corre è insopportabile ed i turisti si coprono le orecchie. Un finto storpio sale sempre chiedendo l’elemosina facendo lo slalom tra i businessmen che leggono Il Sole, sorretti dal un colletto e da una carvatta che stanno in piedi da sole.
A questo punto di solito arrivo dove devo arrivare. Incontro chi devo incontrare. E la città cambia aspetto, o smetto di pensarci. Potrei essere più o meno dovunque, se non fosse per gli uffici in palazzi sontuosi, con scale liberty che crescono con lo sguardo ed etichette di bronzo scintillante ad ogni porta.

Di ritorno a Bologna la popolazione è completamente diversa. Qualche volta, sul treno delle 15, incontro le stesse persone del treno delle 8.16. Le donne hanno l’aria sgonfia, come se finalmente si potessero permettere di rientrare nella propria carne; gli uomini leggono XL di Repubblica. Tutti parlano gli uni con gli altri. Finchè il cantiere della stazione di Bologna non si riaffaccia all’orizzonte.

Più tardi, su Via Indipendenza, mi capita sempre di pensare alla differenza tra Milano e Bologna. Non è per creare (false) dicotomie tra il buono ed il cattivo, tra il grigio ed il rosso o generalmente tra il colore e l’incolore. Semplicemente, sono mondi del tutto differenti. Eppure, non riesco a togliermi dalla testa che Milano sia una città crudele, e non riesco a non sentirmi a disagio ogni volta che ne calco le strade. I miei capelli sono sempre arruffati, i miei occhiali da sole comprati in Montagnola, ho un paio di spillette sulla giacca e vengo da Bologna, che per come la vivo io, non senz’ autoironia, è proprio il Village Green, quello dei Kinks, una palla di vetro con le foglie autunnali o i pollini al posto della neve. Un micro-mondo dove mi trovo a mio agio perchè sono piccola e tutto è piccolo e tutti, anche i grandi, sono piccoli e vivono di piccole cose. Dove le boutiques eleganti non sono mai realmente eleganti, ed hanno sempre quell’aria casuale, random, wannabe. E dove la parola azienda risuona molto meno spesso di parole come libro, concerto, biblioteca, lezione.

Milano non può che farmi paura. Le espressioni dei lavoratori impiegati a fare cappuccini, o delle commesse, o degli edicolanti, mi sembra ottusa dai ritmi frenetici e dalla necessità di lavorare. E quella dei businessmen mi sembra talmente goal-oriented e talmente fiera che mi fa invidia. L’intruso sono io. Anche quando, verso Rogate, guardo le gru lontane ed il cemento armato che esce dai palazzi semi-costruiti come ossa rotte, e ne sento tutta la bellezza. Post-industriale.Post-(ri)creativa.Post-umana. Autenticamente metropolitana.

The Kinks
- The Village Green Preservation Society

e non ditemi che quando Zingales dava 8 a Madonna era la stessa cosa

Sunday, September 17th, 2006

Per quando si tratti di un’opinione facilmente confutabile, l’indie magazine più autorevole d’Europa recensisce molto bene (e con grande cognizione di causa) il disco di Paris Hilton:

At a time when a perception of authenticity is necessary for both critical and commercial success, it’s refreshing to find a singer who couldn’t care less about credibility. Paris Hilton is not seeking your approval here, losers! She has the best money can buy, and in the world of pop production this means the best.

La recensione è questa e questo invece è il video di Stars are Blind, il bubblegum reggae trash della stagione con tanto di corredo video in stile Supermodel anni Ottanta.

Quanto a me, devo ammettere che per una volta l’analisi semiotica/di costume del personaggio non riesce a penetrare la totale indifferenza che provo verso questa sfavillante icona del nulla contemporaneo. E per fortuna, ci sono sempre le news di Tiny Mix Tapes (con artwork del geniale Bansky).

paint a modest picture

Friday, September 15th, 2006

Ora, qualcosa mi dice che già lo sapete tutti, ma il fatto che Johnny Marr si sia unito in pianta stabile ai Modest Mouse è praticamente la news dell’anno. I nostri beniamini, peraltro, hanno co-scritto con l’ex Smith un disco dal titolo niente meno che lieto, in uscita il 19 dicembre come sempre per la Epic.

buongiorno, 1 kilo di white folk per favore
(si si, sportina di carta)

Thursday, September 14th, 2006

Nella cosidetta “tristazza” che accompagna la stragrande maggioranza di uscite del momento - incluso l’atteso e terrificante disco dei Rapture, brrr - io ho rivangato una buona quantità di cosette folk, o al folk afferenti, che vanno dal grazioso, all’affascinante, al bello, al commovente, all’ eccezionale.

grazioso

Il folk femminile ai tempi di Joanna Newsom è molto standard: urletti di tanto in tanto, amplesso costante con lo strumento - qualsiasi esso sia - da cui deriva quel tono leggermente estatico, tendenza allo storytelling. E per Alela Diane questo vale più che per le altre, essendo lei una “creazione” della Joannona e suo fedele opening act. Ma è inutile che finga un tono distaccato: a me The Pirate’s Gospel, in uscita per Holocene Music, piace e molto.

The Pirate’s Gospel

affascinante
Gli Animal Collective vi hanno sempre fatto schifo ed avete persino provato un po’ di pietà per chi invece ne va pazzo? Ok, come non detto, lasciate stare le First Nation. Freaky, weird, strane e straniere, le tre nuove Paw Tracks per quanto mi riguarda hanno quella qualità sperimentale cara alle belle band femminili della fine degli anni Settanta e la snocciolano fuori in maniera niente meno che incantevole. A star is born.

Female Trance

bello
Dopo aver ascoltato gli Over the Atlantic, non avevo una grande opinione della Carpark. E mi sbagliavo: non solo gli Ecstatic Sunshine sono una buona band, ma i Beach House, duo di Baltimora, sono un’ Ottima band. Sarà il nome, ma per me tutto il loro disco di debutto avrebbe potuto fare da perfetta colonna sonora al vecchio Eternal Sunshine of the Spotless Mind: il tessuto di cui sono fatti i sogni (ecco che torniamo dalle parti di Gondry, scusate), la sabbia pulita di settembre, l’autunno degli organi. Mi sono sentita fortunata ad averli scoperti.

Auburn and Ivory

eccezionale
Parliamo un attimo del disco di Will Oldham, spero non vi dispiaccia. Da queste parti la convinzione è che fino alla sua metà sia uno dei dischi più belli mai scritti dal Principe e dopo crolli notevolmente di tono. Eppure, The Letting Go (titolo splendido, peraltro) contiene una canzone letteralmente memorabile, senza scherzi, una delle dieci canzoni più belle che lui abbia mai scritto - e ne ha scritte TANTE. Una favola, o almeno io la vivo così, di spiritualità e passione che si traduce concretamente in una notte che non fa che finire (e dunque non inizia, è la “notte” concettuale, the night that belongs to lovers). E’ il sonno senza riposo di chi è innamorato. Il 12″ del pezzo è stato il migliore acquisto della mia estate.

Il video di Cursed Sleep su YouTube

…preferivate una busta di plastica?

there is no end

Saturday, September 9th, 2006

Yes, it’s the end for Arab Strap. After ten years, six studio albums, three live albums and all manner of everything else, we’ve decided the story should come to a close. There’s no animosity, no drama, we simply feel we’ve run our course and The Last Romance seems to us the most obvious and logical final act of the Arab Strap studio adventure. Everybody likes a happy ending!
We will, of course, be celebrating. Our anniversary compilation, “Ten Years Of Tears” (see below) will be released this October/November and we are planning what will be our Farewell Tour (which sounds kind of cool) around the release in the UK and Europe (we’ll post the dates over the weekend). We hope you’ll be able to join us, but if you can’t make it then let us take this opportunity to thank you for listening.
It is midnight on the 8th of September 2006 and I have just opened a beer.
Cheers.


Gli Arab Strap si sono sciolti
.
E non credo che ci sia da aggiungere altro.

le due P del vintage-revival

Thursday, September 7th, 2006

E’ ben noto che le Pipettes e le Puppini Sisters rappresentino le due facce della stessa medaglia, ma contrariamente a quello che immagino starete già pensando, maschilismo e femminismo non c’entrano granchè con la ragione per cui, col passare del tempo, le Pipettes mi irritano e le Puppini Sisters mi fanno semplicemente ca**** (pardon my french, ma i vecchi lettori sanno che l’affermazione è un po’ un trademark di questo blog).

Le Pipettes, quando lei le tirò fuori dal suo calderone un’estate o due fa, erano veramente da urlo. Non è che non lo siano più, ma la prova concreta che il fenomeno si sia afflosciato mi pare evidente da certi resoconti non proprio entusiastici che ho letto in giro e dal fatto che le Puppini, fresche sfavillanti scintillanti, abbiano catalizzato immediatamente l’attenzione. We are the Pipettes, esordio arrivato un po’ tardi per la generazione blog che trangugiava ogni singolo e demo reperibile in rete da molti mesi, è un bel dischetto. E’ divertente, decadente (ed ora non mi venite a dire che “in case you haven’t noticed yet we are the prettiest girls you’ve ever met” non è un segno di decadenza; e se, come è, il pezzo è un manifesto di poetica, è pur sempre una poetica decadente), si balla volentieri, io me lo sono comprato in pre-order prima dell’uscita. Tante buone qualità.

Talmente tante buone qualità che immediatamente la Universal ha creato le Puppini Sisters. E senza rischiare di suonare come Dylan Dog o V, non è per niente una coincidenza, secondo me (più di una persona me l’ha fatto notare, in realtà), che entrambe le band femminili, formazioni che rispondono alle esattamente identiche coordinate stilistiche e di immagine con qualche lieve traslazione, siano venute fuori l’una a brevissima distanza dall’altra.

Tralasciando le implicazioni italiane - quelle si, fortuite - dei nomi di entrambe le band, dotati di grande richiamo all’immaginario sessuale, le Puppini Sisters sono una costruzione major mal costruita a tavolino. E pur non negando al trio un indubbio charme, le seguenti affermazioni mi sorgono spontanee:

a) l’immaginario delle Pipettes sono gli anni Sessanta, quello delle Puppini gli anni Quaranta. Totale sfruttamento dell’onda vintage-revival.

b) tranne se non sbaglio per pochissime eccezioni, il disco delle Puppini è interamente composto di cover, cosa che mi fa pensare ad un’altra onda fortunata, quella dei Nouvelle Vague. Ok. Cover belle. Fico. Peccato che i NV abbiano un progetto molto preciso e si sforzino di pescare pezzi non esattamente celeberrimi, e che invece gli agenti delle Puppini abbiano programmato delle botte di totale e sicura presa commerciale, senza rispettare alcun tipo di schema temporale (come, pure, la loro estetica vorrebbe per coerenza). Mi dite che cazzo c’entra Mr.Sandman con Panic ed I Will Survive? Dico io, volete fare un disco anni Quaranta, fate un po’ di ricerca prima e poi venite a raccontarmi qualcosa che non so.

c) è vero che le Pipettes sono coadiuvate dai Cassettes e si limitano a mostrare il bel faccino e a fare du’ mossette, ma di Puppini nel disco delle Puppini non c’è niente di niente. Io ce l’ho e vi garantisco che nel booklet la lista dei musicisti e compositori (maschi) occupa mezza pagina.

d) le cover dei NV sono bellissime. Quelle delle Puppini, tipo Heart of Glass (che, toh! è anche sul nuovo disco dei NV) fanno schifo.

The Puppini Sisters - Heart of Glass
Nouvelle Vague - Heart of Glass

Giuro, questo post non è questione di morale, di etica, di snobismo o di altro: semplicemente, è una questione di qualità (come ai tempi avrebbe detto un noto senza-dio-senza-patria che adesso si sta probabilmente facendo il segno della croce). E come dice il proverbio, ogni postmodernità ha un limite.

when the moon will be round and full on Estragon ed io resterò a guardare quella stessa luna dal tacco dello stivale, a braccia conserte

Saturday, September 2nd, 2006

Non sarò al concerto dei TV on the Radio dell’Estragon di domenica sera. So it goes.

Vi garantisco che se ci fossi stata sarei stata in prima fila a ballare Wolf Like Me (via Ink, che mette pure i dischi dopo l’happening) ululando sotto il suo plenilunio sonoro, come del resto ho fatto con le cuffie nelle orecchie nelle stanze d’albergo di mezza Europa. Perciò a questo punto aspetterò di scatenarmi sulla pista del Covo ad ottobre. Ed anche se certo non sarà lo stesso, sarà qualcosa.

Chi avrebbe detto che la canzone di una band notoriamente imballabile come i TV on the Radio sarebbe diventata la The Skin of My Yellow Country Teeth dell’estate/autunno 2006?

se volessi ascoltare gli XTC (and didn’t care about ABC)

Friday, September 1st, 2006

Sempre afflitta per vari motivi dall’impossibilità di uploadare mp3 sul mio server e per distrarvi dunque dall’effettiva mancanza di musica su quello che è o dovrebbe essere un blog musicale, vorrei sollevare una questione relativa Ipod da 60 giga: non trovate che sia una rottura di palle colossale dover rastrellare col dito sulla rotella per un’ora al fine di arrivare alla Z del’artista che si vuole ascoltare? Credo che l’innovazione di cui la prossima generazione di lettori Apple abbia bisogno sia precisamente questa: un piccolo indice da cui selezionare la lettera X per arrivare direttamente agli artisti indicizzati.

Certo, forse un modo c’è ed io non lo conosco perchè sono imbranata e poco curiosa - quindi se invece una possibilità del genere esiste, vi prego di illuminarmi - ma a questo proposito non ho inoltre potuto fare a meno di notare la proliferazione di manualini manualetti “per tirare fuori la massima prestazione dal tuo Ipod” a prezzi che vanno dai 5 ai 15 euro. E non vedo perchè, avendo già speso 400 euro per il caro gizmo, dovrei spenderne altri 15 per capire come usarlo a dovere.


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