Quando ho spinto il tasto invio di una mail che aveva in allegato un foglio word con la mia classifica del 2006, mi è salito un groppo in gola. L’ho riletta, riguardata, riponderata. Mi sembrava a posto. Eppure, quando ho riaperto lo stesso foglio word, dopo una settimana circa, mi sono messa le mani nei capelli. Dovevo essere impazzita, perchè adesso ci vedevo almeno un grosso, grossissimo errore che sapeva anche di bugia. Ho mentito alle mie giornate, a quei viaggi infiniti sulla costa adriatica coi finestrini abbassati. Ho tradito quel poco, vero, grande amore che mi è venuto da un disco quest’anno. Che di gran bei dischi a dire il vero è stato piuttosto avaro.
Sono un po’ stanca di legare i massimi sistemi alla musica, o forse non sono più molto brava a farlo. Ma il pensiero che mi ha confortato - davanti a quel misjudgement grossolano - è che, evidentemente, esiste più di una classifica così come esistono più versioni, più o meno simili, di come ci descriveremmo a qualcun’altro. C’è un “ecco, sono Marina Pierri, laureata in bla bla, nata a bla bla, andata a scuola a bla bla, questo è il mio curriculum”, così come vorremo presentarlo (e presentarci) ad un estraneo che non ci ha mai visto nella sua esistenza e che manco ci tiene particolarmente, forse. E poi c’è una pagina di diario strappata e data alla propria migliore amica. O, mh, un blog.
La classifica che segue, insomma, è la mia classifica da blog. Quella che verrà fuori tra un mese quasi, nero su bianco, è un curriculum. Non è che non sia io. E’ solo che questa classifica, questa che trovate dopo il salto di una o due righe, questa è la persona di cui avete letto troppo poco quest’anno. E’ una persona che è andata negli Stati Uniti e non avrebbe mai potuto prevedere cosa è successo dopo. Una persona che non aveva una casa quando è andata via, ed ora ce l’ha. Una persona che ha letto a lungo, per molti anni, un giornale per cui adesso scrive con suo sommo stupore. Una persona ogni tanto che parla di sè in terza persona, come Maradona. O George in Seinfeld.
#10 Bonnie Prince Billie - The Letting Go
Londra, 17 agosto. Me lo ricordo bene perchè ho aspettato tantissimo che questo giorno arrivasse. Londra è popolata di black cabbisti chiacchieroni (lo dice anche Jens). Noi continuiamo a raccontare la stessa storia e riceviamo i soliti “uh!” ed “ah!” mentre lo scenario cambia da Victoria a Covent Garden, dal Big Bang alla City a Buckingam Palace. Stiamo andando in Galles, al Green Man Festival. Dobbiamo arrivarci in treno. Veniamo da due viaggi estenuanti e ci sediamo in una carrozza di seconda classe, parlando e ridendo fino ad addormentarci, dopo 30 giorni di long distance calls. Il cielo è di un grigio spesso e le colline sono verde fosforescente. Le nuvole sono sedute sul prato. Il caffè to-go è rimasto mezzo pieno tra le mie mani intrecciate mentre Will Oldham mi canta nelle orecchie e nella fessura tra le palpebre pesanti vedo il nostro riflesso sul vetro.
#9 A Hawk and a Hacksaw - The Way the Wind Blows
Non so cos’è successo ai miei timpani, ma ho sviluppato un’antipatia decisa nei confronti delle chitarre. Il mio strumento del 2006 è decisamente il violino. Visti al Green Man Festival sotto un piccolo gazebo ai piedi di un castello, Heather Trost e Jeremy Barnes al loro terzo album suonano spudoratamente indifferenti alle mode. Quello che è vero per Beirut (vedi sotto) non è vero per loro: questi due ragazzi - che ragazzi non sono più - non sono pop-qualcosa, nè indie-qualcosa. La loro musica è profonda, radicalmente diversa. Non rappresenta il tentativo di portare l’Est ad Ovest, ma il tentativo di scrivere un’altra geografia sonora. In cui la differenza tra poli è esclusivamente nominale. Ho ascoltato questo disco 98 volte (più un’altra ventina in vinile) e ringrazio Last.FM per averle contate.
#8 Tunng - Comments on the Inner Chorus
Non sono andata a Frequenza Disturbate per amore. E per senso di colpa, e di dovere. E’ stato il vero sacrificio musicale dell’anno. Ma poi mi sono rifatta, almeno per quello che riguarda i Tunng. Ancora meglio, infatti, anche loro fanno parte delle band che abbiamo avuto il piacere e la fortuna di vedere immerse nelle praterie del Galles, coperti dai poncho e dagli ombrelli e con tutti gli stivali sporchi di fango. La sera del concerto, per pura coincidenza, due o tre membri della piuttosto fol(k)ta band sono venuti a sedere al nostro tavolo (non chiedetemi cosa ci siamo detti, che l’unico ricordo che ho di quella sera è quello di tutte le tende in cui sono inciampata) and we all had a lovely time. Quando, poche settimane fa, li ho rivisti qui al Covo, ho pensato quello che avevo pensato allora, senza il minimo scarto: il dono quasi soprannaturale dei Tunng è la capacità di suonare con la tempesta, l’erba ed il vento. Senza scherzi, il loro elettrofolk una forza della natura.
#7 Liars - Drum’s Not Dead
Quando, a gennaio, sono entrata nel negozio più “it” di Olympia a chiedere se avevano già il disco dei Liars, il proprietario - uno degli snob più noti della città - ha storto il naso dicendo che non li conosceva e non gli interessavano. Solo un po’ di tempo dopo ho scoperto che era il suo modo di dire buongiorno a chiunque non avesse nemmeno una catena attaccata alla tasca dei pantaloni. Io i pantaloni non li metto quasi mai, ma quando siamo diventati amici io avevo già comprato Drum’s Not Dead dal negozio di musica più magnificissimo del globo, Insound. E lo sapevo quasi a memoria. Più pazzi e cattivi che mai (non mi vengono in mente aggettivi più eloquenti) i nuovi Liars continuano ad essere, tutto sommato, dei veri burloni. E specie se li avete visti al Link ad aprile (credo che fosse aprile, si) sapete cosa intendo. Il loro terzo e splendido album è il rombo di tuono che percorre questo 2006, così esotico e politicamente corretto praticamente quasi ovunque altro.
#6 Cat Power - The Greatest
Cat Power, per me, rimane il non plus ultra del cantautorato femminile. La passione che The Greatest trasuda è lettaralmente un’altra passione: non c’è più la vertigine della seduzione, il baratro del canto, il precipizio dell’ira e della disperazione, o semplicemente lo scoglio della malinconia. Non posso negare che proprio questa tensione verso il basso, oltre al resto, abbia fatto della Gatta un’ Artista dal talento vorticosamente sopra le righe. PJ Harvey insegna, però, che anche le Artiste più feline e buie hanno diritto alla felicità. Così il fatto che in The Greatest non si anneghi, ma si nuoti ed il fatto che ci si scaldi, ma non ci bruci, non è abbstanza per negare a Chan una nicchia aurea tra le grandi uscite dell’anno.
#5 Fiery Furnaces - Bitter Tea
Giocattoli ad alta tensione ed i fratelli Friedberger, che vengono da Marte per quanto mi riguarda, hanno inventato un nuovo e magnifico modo di giocare. Ho canticchiato la meravigliosa I’m In No Mood per mesi ed anche se non si tratta di un disco intimo e/o personale, l’esuberanza della tastiera di Matthew e la voce da strega della bellissima, bellissima Eleanor mi fanno pensare che la musica dei FF sia unica nel suo non-genere. Per quanto mi riguarda, questo disco (abitavo in Via del Pratello, per un solo mese, quando lo mettevo su ogni cinque minuti) ha dato uno sprint inatteso ad una pozzanghera di uscite pop-afferenti piuttosto monotone. Footnote: per esperienza personale, vi assicuro che Bitter Tea è la colonna sonora ideale per tagliare i capelli a qualcuno.
#4 Morrissey - Ringleader of the Tormentors
Non so in quante classifiche di fine anno comparirà questo disco, probabilmente in poche. Ma il primo disco in cui Morrissey sembra avere conquistato il traguardo tanto posposto (non penserete che una persona come Morrissey voglia essere felice, vero? ) della stabilità e della gioia non può che fare breccia in questa top five. Shakespeare paragonava l’orgasmo alla morte e quando ho ascoltato You Have Killed Me non ho potuto esimermi dal fare due calcoli. Un mondo in cui l’ex leader della mia band preferita di tutti i tempi è innamorato, vive nella mia nazione, cita Piazza Cavour e mangia il gelato davanti a una scritta anti-Bush non può che essere il migliore dei mondi possibili. Quello in cui voglio vivere.
#3 Built to Spill - You in Reverse
Era la fine di dicembre 2005 quando ho ascoltato Going Against Your Mind. Era stata una serata strana, non una serata triste. Io però ero in umor di dramma. Stavo per andare via dalla mia casa e dalla mia stanza nel vicolo, dove avevo anche ascoltato Keep It Like a Secret per la prima volta e lasciarmi tutto indietro, tranne un mazzo di cartoni su cui era scribacchiato cosa e quando. Mi ricordo che sulla versione “sporca” che circolava in internet ai tempi, la canzone in questione cominciava con un ladies and gentlemen welcome to violence che penso non essere stata l’unica a pensare che facesse parte della canzone. Così non era. Ed è un peccato. Perchè nella mia memoria comincerà sempre così. Quella sera ho pianto fino a consumarmi gli occhi. E qualche tempo dopo ho scritto dei Built to Spill fino a consumarmi i polpastrelli. Ad aprile, quando il disco è uscito, gli scenari alberati di una cittadina del Northwest americano mi scorrevano placidi attorno, mentre camminavo verso casa.
#2 Beirut - Gulag Orkestar
Sulla mia classifica “ufficiale” questo disco figura 14esimo. La ragione per cui inizialmente l’avevo pensato fuori top ten è che, a dirla tutta, non si tratta di un disco particolarmente innovativo o ben fatto. Ed onestamente la mia opinione più professionale (tra una settantina di virgolette) è che al di là dell’allure balcanico, della splendida produzione e della voce assolutamente suggestiva di Zach Condon, si tratti di un disco dimenticabile. Ma, ehi, al diavolo. Gulag Orkestar è il mio secondo disco dell’anno perchè è mio. Perchè ogni volta che lo ascolto mi racconta di quando eravamo in macchina, tra un tunnel e l’altro e ci dicevamo “ahah, ma ti immagini se dopo tutto fossero americani?!” senza sapere che si, accidenti, americanissimO, Zach è di Brooklyn, ha 19 anni, probabilmente è uno di quei ragazzini spocchiosi che rispondono a monosillabi nelle interviste perchè il loro talento viene da dentro e chiedergli di motivarne qualsiasi cosa è come chiedergli come si fa a respirare (o così dice lui). Era estate, ma Gulag Orkestar suonava come un disco autunnale. Così l’abbiamo ascoltato anche in autunno. Ed in inverno. E poi l’abbiamo ascoltato ieri. E poi oggi pomeriggio, verso le tre.
#1 Joanna Newsom - Ys
Stando a quello che dice finora l’autorevolissimo Disco Bravo, il disco di Joanna non è stato molto ben recepito “dal basso”. Credo che l’opinione generalizzata sia che Ys sia un disco che piace perchè deve piacere: è oggettivamente perfetto, palloso e intellettuale per chi si torce un ricciolo dicendosi di essere uno straordinario musicologo e, per giunta - male dei mali - sarà quasi certamente anche il disco dell’anno di quei boriosi pitchforkensi. Insomma, la nuova Joanna è una specie di cancro sotto la pelle del pop-folk, finalmente venuto allo scoperto. Il “prewar” ha infettato l’infettabile. E poi, come Bjork coi Matmos, lo sanno tutti che il disco gliel’ha scritto quella equipe iper-palluta di gente (mh, maschi) perchè il buon Smog è il di lei fidanzato. Insomma, i nodi alla fine vengono SEMPRE al pettine e non esistono più le mezze stagioni. Peccato solo che Ys non ne abbia, di stagioni, e che di questi tempi ci si aspettava di tutto, ma difficilmente un disco veramente eccezionale.
(domani corredo di link ed mp3 giuro, che sono mezza morta causa regali di Natale. Questo blog ha ricominciato a funzionare oggi e me la sono vista brutta per una settimana. Grazie Nin Com Pop! Questa classifica è dedicata a te, o webmastra…)