Archive for December, 2006

anatomia dell’amore

Friday, December 29th, 2006

Sarebbe a dire una contraddizione in termini. Non ci si può spiegare perchè ci si innamora, o descrivere l’oggetto dell’amore. E’ un tumulto, un balzo dei muscoli, uno stato temporaneo di congelamento. Le recensioni dei dischi che mi provocano questo tipo di sentimenti sono quelle che mi prendono anche ore per essere scritte, e quelle che, una volta rilette, mi sembra non abbiano assolutamente centrato il punto. Dev’essere perchè l’amore è un sentimento mutevole. Perchè i particolari del viso di una canzone emergono nel tempo, e perchè lentamente l’attenzione si sposta da una chitarra ad un raschio del synth così come si sposta da un paio di occhi ad un neo sulla schiena. Quando sono costretta a scrivere di un album che mi fa venire i brividi, magari al primo ascolto, finisco a soffermarmi su considerazioni paratestuali non meno di quanto farei se qualcuno mi inchiodasse ad una serie di domande a cui non ho alcuna intenzione di rispondere. Stavolta non mi ha chiesto niente nessuno, nè io ho chiesto a nessuno. Ed eccomi qui a scrivere senza scrivere dell’ascolto meno romantico a cui possa pensare; quello che, ciò non di meno, è il mio primo colpo di fulmine dell’anno nuovo che alita già sui vetri.

not so dividing, after all

Wednesday, December 27th, 2006

A chi di voi là fuori aspetta con somma trepidazione il primo full-lenght in tre anni dei Giardini di Mirò, suggerisco di fare un saltino su Vitaminic. Grazie alla Homesleep per aver pensato a noi per questa anteprima super-esclusiva, e rezpekt alla loro politica veramente indipendente di etichetta. Che di questi tempi sentirsi dire “se finisce in rete, infine, non è che ce ne importi molto” quando Shins e Clap Your Hands Say Yeah (ma anche band molto, molto minori) ti arrivano in edizione numerata, limitata, tracciabile e nominale con tanto di papiro penale sul retro e minacce di sorta, è davvero una boccata d’aria.

lu lu lu…

Sunday, December 24th, 2006

Se almeno una volta avete pensato qualcosa come Christmas has issues with me! adorerete il Natale secondo Sua Eccellenza Charlie Brown. Il film è del 1965 e (credo) questa sia la versione integrale. Magari non ce la farete a vederlo oggi, che il 24 dicembre apre le nostre borse come il campanello di Wall Street; ma domani, durante la giornata più dolcemente indolente dell’anno, vi garantirà 25 minuti di quella tenerezza greve e intelligente che Charles Shulz è in grado di iniettare nei suoi personaggi e nelle loro vicende di piccoli(ssimi) adulti.

Vi auguro un Natale felice! Con tutto il cuore…


it’s against the law!

Thursday, December 21st, 2006

Ho appena finito di scrivere di colei che, in mia opinione, è una delle cantautrici più sottovalutate e meravigliose degli ultimi dieci anni - Julie Doiron. E mi sono imbattuta in questa cover favolosa. Impossibile tenere la cosa per me per più di cinque minuti.

Me and Julio Down By the Schoolyard performed by Julie


2006 di questi giorni

Tuesday, December 19th, 2006

Quando ho spinto il tasto invio di una mail che aveva in allegato un foglio word con la mia classifica del 2006, mi è salito un groppo in gola. L’ho riletta, riguardata, riponderata. Mi sembrava a posto. Eppure, quando ho riaperto lo stesso foglio word, dopo una settimana circa, mi sono messa le mani nei capelli. Dovevo essere impazzita, perchè adesso ci vedevo almeno un grosso, grossissimo errore che sapeva anche di bugia. Ho mentito alle mie giornate, a quei viaggi infiniti sulla costa adriatica coi finestrini abbassati. Ho tradito quel poco, vero, grande amore che mi è venuto da un disco quest’anno. Che di gran bei dischi a dire il vero è stato piuttosto avaro.
Sono un po’ stanca di legare i massimi sistemi alla musica, o forse non sono più molto brava a farlo. Ma il pensiero che mi ha confortato - davanti a quel misjudgement grossolano - è che, evidentemente, esiste più di una classifica così come esistono più versioni, più o meno simili, di come ci descriveremmo a qualcun’altro. C’è un “ecco, sono Marina Pierri, laureata in bla bla, nata a bla bla, andata a scuola a bla bla, questo è il mio curriculum”, così come vorremo presentarlo (e presentarci) ad un estraneo che non ci ha mai visto nella sua esistenza e che manco ci tiene particolarmente, forse. E poi c’è una pagina di diario strappata e data alla propria migliore amica. O, mh, un blog.
La classifica che segue, insomma, è la mia classifica da blog. Quella che verrà fuori tra un mese quasi, nero su bianco, è un curriculum. Non è che non sia io. E’ solo che questa classifica, questa che trovate dopo il salto di una o due righe, questa è la persona di cui avete letto troppo poco quest’anno. E’ una persona che è andata negli Stati Uniti e non avrebbe mai potuto prevedere cosa è successo dopo. Una persona che non aveva una casa quando è andata via, ed ora ce l’ha. Una persona che ha letto a lungo, per molti anni, un giornale per cui adesso scrive con suo sommo stupore. Una persona ogni tanto che parla di sè in terza persona, come Maradona. O George in Seinfeld.

#10 Bonnie Prince Billie - The Letting Go

Londra, 17 agosto. Me lo ricordo bene perchè ho aspettato tantissimo che questo giorno arrivasse. Londra è popolata di black cabbisti chiacchieroni (lo dice anche Jens). Noi continuiamo a raccontare la stessa storia e riceviamo i soliti “uh!” ed “ah!” mentre lo scenario cambia da Victoria a Covent Garden, dal Big Bang alla City a Buckingam Palace. Stiamo andando in Galles, al Green Man Festival. Dobbiamo arrivarci in treno. Veniamo da due viaggi estenuanti e ci sediamo in una carrozza di seconda classe, parlando e ridendo fino ad addormentarci, dopo 30 giorni di long distance calls. Il cielo è di un grigio spesso e le colline sono verde fosforescente. Le nuvole sono sedute sul prato. Il caffè to-go è rimasto mezzo pieno tra le mie mani intrecciate mentre Will Oldham mi canta nelle orecchie e nella fessura tra le palpebre pesanti vedo il nostro riflesso sul vetro.

#9 A Hawk and a Hacksaw - The Way the Wind Blows

Non so cos’è successo ai miei timpani, ma ho sviluppato un’antipatia decisa nei confronti delle chitarre. Il mio strumento del 2006 è decisamente il violino. Visti al Green Man Festival sotto un piccolo gazebo ai piedi di un castello, Heather Trost e Jeremy Barnes al loro terzo album suonano spudoratamente indifferenti alle mode. Quello che è vero per Beirut (vedi sotto) non è vero per loro: questi due ragazzi - che ragazzi non sono più - non sono pop-qualcosa, nè indie-qualcosa. La loro musica è profonda, radicalmente diversa. Non rappresenta il tentativo di portare l’Est ad Ovest, ma il tentativo di scrivere un’altra geografia sonora. In cui la differenza tra poli è esclusivamente nominale. Ho ascoltato questo disco 98 volte (più un’altra ventina in vinile) e ringrazio Last.FM per averle contate.

#8 Tunng - Comments on the Inner Chorus

Non sono andata a Frequenza Disturbate per amore. E per senso di colpa, e di dovere. E’ stato il vero sacrificio musicale dell’anno. Ma poi mi sono rifatta, almeno per quello che riguarda i Tunng. Ancora meglio, infatti, anche loro fanno parte delle band che abbiamo avuto il piacere e la fortuna di vedere immerse nelle praterie del Galles, coperti dai poncho e dagli ombrelli e con tutti gli stivali sporchi di fango. La sera del concerto, per pura coincidenza, due o tre membri della piuttosto fol(k)ta band sono venuti a sedere al nostro tavolo (non chiedetemi cosa ci siamo detti, che l’unico ricordo che ho di quella sera è quello di tutte le tende in cui sono inciampata) and we all had a lovely time. Quando, poche settimane fa, li ho rivisti qui al Covo, ho pensato quello che avevo pensato allora, senza il minimo scarto: il dono quasi soprannaturale dei Tunng è la capacità di suonare con la tempesta, l’erba ed il vento. Senza scherzi, il loro elettrofolk una forza della natura.

#7 Liars - Drum’s Not Dead

Quando, a gennaio, sono entrata nel negozio più “it” di Olympia a chiedere se avevano già il disco dei Liars, il proprietario - uno degli snob più noti della città - ha storto il naso dicendo che non li conosceva e non gli interessavano. Solo un po’ di tempo dopo ho scoperto che era il suo modo di dire buongiorno a chiunque non avesse nemmeno una catena attaccata alla tasca dei pantaloni. Io i pantaloni non li metto quasi mai, ma quando siamo diventati amici io avevo già comprato Drum’s Not Dead dal negozio di musica più magnificissimo del globo, Insound. E lo sapevo quasi a memoria. Più pazzi e cattivi che mai (non mi vengono in mente aggettivi più eloquenti) i nuovi Liars continuano ad essere, tutto sommato, dei veri burloni. E specie se li avete visti al Link ad aprile (credo che fosse aprile, si) sapete cosa intendo. Il loro terzo e splendido album è il rombo di tuono che percorre questo 2006, così esotico e politicamente corretto praticamente quasi ovunque altro.

#6 Cat Power - The Greatest

Cat Power, per me, rimane il non plus ultra del cantautorato femminile. La passione che The Greatest trasuda è lettaralmente un’altra passione: non c’è più la vertigine della seduzione, il baratro del canto, il precipizio dell’ira e della disperazione, o semplicemente lo scoglio della malinconia. Non posso negare che proprio questa tensione verso il basso, oltre al resto, abbia fatto della Gatta un’ Artista dal talento vorticosamente sopra le righe. PJ Harvey insegna, però, che anche le Artiste più feline e buie hanno diritto alla felicità. Così il fatto che in The Greatest non si anneghi, ma si nuoti ed il fatto che ci si scaldi, ma non ci bruci, non è abbstanza per negare a Chan una nicchia aurea tra le grandi uscite dell’anno.

#5 Fiery Furnaces - Bitter Tea

Giocattoli ad alta tensione ed i fratelli Friedberger, che vengono da Marte per quanto mi riguarda, hanno inventato un nuovo e magnifico modo di giocare. Ho canticchiato la meravigliosa I’m In No Mood per mesi ed anche se non si tratta di un disco intimo e/o personale, l’esuberanza della tastiera di Matthew e la voce da strega della bellissima, bellissima Eleanor mi fanno pensare che la musica dei FF sia unica nel suo non-genere. Per quanto mi riguarda, questo disco (abitavo in Via del Pratello, per un solo mese, quando lo mettevo su ogni cinque minuti) ha dato uno sprint inatteso ad una pozzanghera di uscite pop-afferenti piuttosto monotone. Footnote: per esperienza personale, vi assicuro che Bitter Tea è la colonna sonora ideale per tagliare i capelli a qualcuno.

#4 Morrissey - Ringleader of the Tormentors

Non so in quante classifiche di fine anno comparirà questo disco, probabilmente in poche. Ma il primo disco in cui Morrissey sembra avere conquistato il traguardo tanto posposto (non penserete che una persona come Morrissey voglia essere felice, vero? ) della stabilità e della gioia non può che fare breccia in questa top five. Shakespeare paragonava l’orgasmo alla morte e quando ho ascoltato You Have Killed Me non ho potuto esimermi dal fare due calcoli. Un mondo in cui l’ex leader della mia band preferita di tutti i tempi è innamorato, vive nella mia nazione, cita Piazza Cavour e mangia il gelato davanti a una scritta anti-Bush non può che essere il migliore dei mondi possibili. Quello in cui voglio vivere.

#3 Built to Spill - You in Reverse

Era la fine di dicembre 2005 quando ho ascoltato Going Against Your Mind. Era stata una serata strana, non una serata triste. Io però ero in umor di dramma. Stavo per andare via dalla mia casa e dalla mia stanza nel vicolo, dove avevo anche ascoltato Keep It Like a Secret per la prima volta e lasciarmi tutto indietro, tranne un mazzo di cartoni su cui era scribacchiato cosa e quando. Mi ricordo che sulla versione “sporca” che circolava in internet ai tempi, la canzone in questione cominciava con un ladies and gentlemen welcome to violence che penso non essere stata l’unica a pensare che facesse parte della canzone. Così non era. Ed è un peccato. Perchè nella mia memoria comincerà sempre così. Quella sera ho pianto fino a consumarmi gli occhi. E qualche tempo dopo ho scritto dei Built to Spill fino a consumarmi i polpastrelli. Ad aprile, quando il disco è uscito, gli scenari alberati di una cittadina del Northwest americano mi scorrevano placidi attorno, mentre camminavo verso casa.

#2 Beirut - Gulag Orkestar

Sulla mia classifica “ufficiale” questo disco figura 14esimo. La ragione per cui inizialmente l’avevo pensato fuori top ten è che, a dirla tutta, non si tratta di un disco particolarmente innovativo o ben fatto. Ed onestamente la mia opinione più professionale (tra una settantina di virgolette) è che al di là dell’allure balcanico, della splendida produzione e della voce assolutamente suggestiva di Zach Condon, si tratti di un disco dimenticabile. Ma, ehi, al diavolo. Gulag Orkestar è il mio secondo disco dell’anno perchè è mio. Perchè ogni volta che lo ascolto mi racconta di quando eravamo in macchina, tra un tunnel e l’altro e ci dicevamo “ahah, ma ti immagini se dopo tutto fossero americani?!” senza sapere che si, accidenti, americanissimO, Zach è di Brooklyn, ha 19 anni, probabilmente è uno di quei ragazzini spocchiosi che rispondono a monosillabi nelle interviste perchè il loro talento viene da dentro e chiedergli di motivarne qualsiasi cosa è come chiedergli come si fa a respirare (o così dice lui). Era estate, ma Gulag Orkestar suonava come un disco autunnale. Così l’abbiamo ascoltato anche in autunno. Ed in inverno. E poi l’abbiamo ascoltato ieri. E poi oggi pomeriggio, verso le tre.

#1 Joanna Newsom - Ys

Stando a quello che dice finora l’autorevolissimo Disco Bravo, il disco di Joanna non è stato molto ben recepito “dal basso”. Credo che l’opinione generalizzata sia che Ys sia un disco che piace perchè deve piacere: è oggettivamente perfetto, palloso e intellettuale per chi si torce un ricciolo dicendosi di essere uno straordinario musicologo e, per giunta - male dei mali - sarà quasi certamente anche il disco dell’anno di quei boriosi pitchforkensi. Insomma, la nuova Joanna è una specie di cancro sotto la pelle del pop-folk, finalmente venuto allo scoperto. Il “prewar” ha infettato l’infettabile. E poi, come Bjork coi Matmos, lo sanno tutti che il disco gliel’ha scritto quella equipe iper-palluta di gente (mh, maschi) perchè il buon Smog è il di lei fidanzato. Insomma, i nodi alla fine vengono SEMPRE al pettine e non esistono più le mezze stagioni. Peccato solo che Ys non ne abbia, di stagioni, e che di questi tempi ci si aspettava di tutto, ma difficilmente un disco veramente eccezionale.

(domani corredo di link ed mp3 giuro, che sono mezza morta causa regali di Natale. Questo blog ha ricominciato a funzionare oggi e me la sono vista brutta per una settimana. Grazie Nin Com Pop! Questa classifica è dedicata a te, o webmastra…)

K-vid update

Tuesday, December 5th, 2006


Il nuovo video della “nostra” Tender Forever - The Magic of Crashing Stars
(cacchio, è bellissimo!)


The Blow live @ Fader Sideshow!

unpacking.

Monday, December 4th, 2006

Ho sfogliato quei due cd cases tante volte che alla fine non vedevo più i dischi che c’erano dentro. Nell’ultimo anno me li sono portati dietro ogni volta che andavo a mettere dischi, ma mi dicevo sempre tra me e me che era solo peso inutile, che tanto perdevo i pochi minuti preziosi tra una canzone e l’altra senza vedere niente, sfogliando, ricevendo solo lo stimolo minore dei colori. Avrei dovuto conoscere a memoria la pagina dove si trovava il primo disco di Devendra, o quel disco dei Go-Betweens che tutto sommato ho ascoltato così poco, e ricordarmi dove avevo messo Seven Swans. Invece tutto, per un anno, è stato piatto, uguale, trasparente, appena gualcito.
E poi ieri l’ho fatto. Avevo rivangato da casa tre grandissime scatole di cd, che rappresentano quel terzo della mia collezione che mi ero portata dietro quando un anno fa ho smontato la casa del vicolo e mi sono impaccata via. Quando le ho aperte, mi sono accorta che almeno la metà del loro peso spropositato erano custodie vuote. Scheletri abbandonati che avevano lasciato a malincuore che li separassi dalla loro polpa e la ficassi in quei due cd cases.
L’ho fatto. Ho rimesso i dischi nelle loro custodie uno per uno, almeno centocinquanta cd. Ed ogni volta bestemmiavo perchè non riuscivo a ricordare in quale pagina del cd case avessi ficcato il disco di quella specifica custodia. Ci ho messo almeno tre ore. E la verità è che, bestemmie e tutto, provo un vero piacere perverso nel vedere che adesso, dopo un anno di vagabondaggio, la mia collezione dei dischi tenuti sempre e comunque, dovunque vicino è lì, ordinata, pulita, pronta per l’uso. E’ come se mi avessero fatto un iniezione di serenità. Come se, per un anno, mi fossi portata dietro quel medesimo scollamento tra contenitore e contenuto.
Sono una feticista del disco, è vero. Gli mp3 sono tanto belli, buoni e simpatici, ma io le canzoni ho bisogno di tenerle tra le mani. E mi dà gioia il solo vederle lì, sedute, che respirano attraverso la plastica o il cartone, senza sudare più tra le pieghe degli scomparti di una quarantott’ore musicale in cui hanno finito per passare quasi 365 giorni netti. Che loro, come me, hanno finito di fingersi inquieti.


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