Archive for January, 2007

virology and apology

Monday, January 29th, 2007

Ricevo costantemente richieste di spiegazione/avviso da parte di una serie di utenti di questo blog che usano Internet Explorer: non riescono più a venire qui senza che il loro antivirus si metta a strepitare. La ragione, mi si dice, è che questa pagina ospita una buona quantià di cattivo script. Non credo di aver bisogno di dirvi che io non c’entro assolutamente una mazza ed, anzi, secondo l’esperta e webmastra (sentirmi sotto la sua ala è per me motivo di grande vanto), il mio codice è stato forato, ingabbiato in un frame che manda badware e poi sparisce - cosa a cui esclusivamente Internet Explorer, peraltro, è sensibile. Io uso Firefox ed ho un Mac da più di un anno, dunque se molti di voi non mi avessero fatto presente il problema non me ne sarei mai accorta. In più, la cosa forse peggiore, è che marinap.com sui motori di ricerca adesso si porta anche il non lusinghiero tag “this site may harm your computer”.
Insomma, vaffanculo all’hacker-spammer che mette la sua intelligenza al servizio di una causa così poco pregevole. E quanto a voi, mi scuso. Spero che qualcuno (namely, l’host di questo sito) mi risolva il problema in qualche modo. Intanto, è ottimo sapere di cosa si tratta, che, come vuole il senso comune, per elimare il male è necessario anzitutto isolarlo.

Vs,

born to gaze into night skies

Friday, January 26th, 2007

Adesso ho capito. Wincing the Night Away significa “schivando la notte”. L’ho capito stamattina. Mentre camminavo per via Oberdan con il solito cappotto grigio ed il solito vestito nero, con la solita faccia stravolta e la braccia attorcigliate attorno al petto per vincere il freddo. Barcollando tra i miei pensieri annebbiati che non riescono a restare sullo stesso binario per più di cinque minuti, ho immaginato di essere al Covo. E di ballare, come sempre. E mentre la mia immagine di me che ballo (ce l’avete anche voi un immagine di voi che ballate, ce l’hanno tutti) mi passava davanti agli occhi, ho pensato fisicamente ai miei gomiti che spingevano via il buio della sala. La canzone era ovviamente Australia. E non sembra esagerato dire che si tratta, forse, di una delle cinque canzoni più belle scritte dagli Shins.

Dare to be one of us, girl,
facing the Andrum’s conundrum.
Ah, I feel like I should just cry,
but nothing happens every time I take one on the chin.
You’re humoring your cote,
you don’t know how long I’ve been
watching the lantern dim,
starved of oxygen.
So give me your hand,
and let’s jump out the window.

The Shins - Australia (via Indieblogheaven)

coup de foudre

Wednesday, January 17th, 2007

Un anno fa ero a Olympia da una settimana. Ho molti ricordi sfuocati, ma le serate piovose di quell’inizio di gennaio sono nitide nella mia mente come delle fotografie: pioveva in continuazione, tornare a casa da sola nella provincia americana del northwest buio e profondo mi faceva paura. Tanto più che io stessa abitavo nel northwest buio e profondo di quella città della provincia americana, in un sobborgo lynchiano, pastellato e rassicurante di giorno quanto tetro e disturbante di notte. Alle cinque, quando tornavo dal lavoro, era tutto nero, senza illuminazione che non venisse, fioca, dalle finestre. E dopo aver corso su per la strada fino all’ottavo o nono marciapiede (block) spostavo la doppia porta di vetro ed entravo in una casa accogliente, gialla, calda. Bagnata come un pulcino, di solito, mi spogliavo di cappotto guanti e sciarpa a mettevo su un disco a tutto volume per vincere la paura di essere da sola. Fumavo sulla porta del giardino e tremavo quando gli uccelli nuotavano tra i rami degli alberi che circondavano il perimetro della casa. Passata una settimana senza aver conosciuto praticamente nessuno e senza possibilità di muovermi verso il centro, guardavo nel vuoto ai miei piedi e mi chiedevo se le cose sarebbero mai cambiate. Se da brava alunna sarei tornata a casa con il compitino fatto e nessun buon ricordo. Oppure se.
A questo punto probabilmente vi chiederete cosa c’entra tutto questo con Précis di Benoit Pioulard. Beh, potenzialmente niente. Attualmente, tutto. Perchè un disco può avere valore retrospettivo e ricordare dei momenti précisi anche senza esserne fisicamente associato. E’ questo il caso: Benoit viene dal Michigan, ma la sua musica, per me, appartiene a quel nordamerica, al mio nordamerica, quella terra inospitale e deprimente che non finisce di esercitare il suo fascino desolato neppure nella memoria. Précis scivola sulle strade umide e incerte, lavate dalla natura anche quando sono sin troppo pulite. Dove il terreno è perennemente bagnato di pioggia ed il vento scuote una bandierina stelle e strisce ficcata in un aiuola, mentre un paio di macchine ti sfrecciano di fianco per ficcarsi in un garage a pochi metri.
Nel gioco del “se ci fosse stato” e del “se fossi” Benoit Pioulard è un Beirut elettronico. Anche lui, come Zach Condon, ha vent’anni ed anche lui, come Zach, è americano. Entrambi sono una one man band. Ed entrambi, nella differenza di genere, sono stati dotati del dono della composizione. La malinconia è il loro mestiere. L’uno scrive canzoni di mare e di nebbia, l’altro di sabbia e fango. Benoit prelude al colpo di scena, Beirut lo trascina oltre nel tempo, oltre la fine. L’uno crittografa con una manciata di note l’inizio dell’inverno, l’altro la fine dell’estate. Nessuno dei due mi ha accompagnato quando era il momento giusto. Tutti e due sono stati un colpo di fulmine. Di quelli veramente, veramente incandescenti. Fotografici.

Benoit Pioulard - Palimend
Benoit Pioulard - Triggering Back
Benoit Pioulard - The Seeding (Bonnie Prince Billie cover)

such a pinback morning

Sunday, January 14th, 2007

E poi, una mattina, succede. Ti svegli con la testa piena di immagini: Parigi nella neve del 2004, Olympia in una delle mattine piovose in cui bevevi un ettolitro di caffè, mangiavi una quantità di grahams e ti scapicollavi a prendere l’autobus. E casa. Bologna. Fuori dalla finestra. Con le torri avvolte nella nebbia, forse, o forse con il sole impertinente che ti investe appena scendi le scalette della camera da letto, lasciandoti indietro lui che dorme in una delle sue pose contorte e perfettamente plastiche a loro modo, ed entri nel bagno di luce della stanza da pranzo.
Ti svegli con la voglia di ricominciare. Di guidare sulla costa che si snoda sinuosa e interminabile fino al cartello che dice Emilia Romagna. Con la voglia di fare una passeggiata nei colori sempre folli (sfasati nella/dalla memoria) di Piazza maggiore. Non sei felice, e non si vede come potresti esserlo, rincorso come sei da un centinaio di periodi ipotetici che ti mordono le caviglie abbaiandoti un senso di colpa che proprio non vorresti provare. Ma provi forte e chiaro. E non c’è niente da fare. Devi muoverti a tempo, you gotta dance to the music.
C’è una canzone che arriva a pezzi da qualche stanza dimenticata dei corridoi del tuo cervello e si manifesta in un gran mal di testa che non passa finchè non ne trovi il corrispettivo concreto. Il nuovo disco di Rob Crow. Una canzone qualsiasi dei Pinback. Perchè le canzoni dei Pinback hanno lo straordinario merito di tenere unite le parti, di frenare lo scollamento. Di sintetizzare le zone diverse di suono in una melodia unica. Il tipo di melodia che media la contraddizione tra molte voci che dicono la stessa cosa. O la stessa voce che dice cose molto diverse. L’accettazione della malinconia, dello scompenso. E del contrasto. Un miracolo di dissonanza che si ripete sempre uguale e sempre diverso.

Rob Crow - I Hate You, Rob Crow

ermeneutica dello slash (/)*

Monday, January 8th, 2007

Con lo slash non si scherza.
E’ una terra di mezzo, lo spazio eletto di un dubbio insinuante, ed insistente.
Lo slash è il guantone del pugile. L’ennesima incarnazione della membrana che separa.
Lo slash è una scusa. Preserva dal fornire un giudizio di cui rispondere. Non gli ho dato 5, o 6, gli ho dato 5/6: non si può attaccare la sentenza perchè, in fondo, la sentenza è nascosta. E’ tra il 5 ed il 6, neppure chi la emette è in grado di vederla chiaramente, di puntarla con un dito.
Lo slash è uno iato. Dove c’è unità, al contrario, le parti si toccano, ogni cosa fluisce placida nella successiva. Per esempio: l’orecchio destro e quello sinistro sono perfettamente d’accordo, diciamo che si tratta di un 8. E non vale solo per i voti: pensate ai generi. I !!! sono IDM/post punk: le due anime di genere convivono, ma non si compenetrano. Come se quella stanghetta dall’apparenza così effimera fosse invece l’ultimo avanposto dell’ibrido, del doppio che precede (forse per sempre, quindi non “precede” in senso vero e proprio) l’unico.
Eliminare lo slash è un atto di reductio. Una violenza liberatoria. La tregua decisiva di una contraddizione intima.
Eliminare uno slash equivale ad una estorsione, ma anche ad un sollievo - qualcuno ti torce un braccio dolente e mentre te lo torce, come un chiropratico maldestro ma inconsapevolmente efficace, elimina la pena diffusa nel muscolo con uno scatto sordo.

*(pippa mentale’ s slight return: forse un giorno mi soffermerò sull’ermeneutica del trattino)


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