Un anno fa ero a Olympia da una settimana. Ho molti ricordi sfuocati, ma le serate piovose di quell’inizio di gennaio sono nitide nella mia mente come delle fotografie: pioveva in continuazione, tornare a casa da sola nella provincia americana del northwest buio e profondo mi faceva paura. Tanto più che io stessa abitavo nel northwest buio e profondo di quella città della provincia americana, in un sobborgo lynchiano, pastellato e rassicurante di giorno quanto tetro e disturbante di notte. Alle cinque, quando tornavo dal lavoro, era tutto nero, senza illuminazione che non venisse, fioca, dalle finestre. E dopo aver corso su per la strada fino all’ottavo o nono marciapiede (block) spostavo la doppia porta di vetro ed entravo in una casa accogliente, gialla, calda. Bagnata come un pulcino, di solito, mi spogliavo di cappotto guanti e sciarpa a mettevo su un disco a tutto volume per vincere la paura di essere da sola. Fumavo sulla porta del giardino e tremavo quando gli uccelli nuotavano tra i rami degli alberi che circondavano il perimetro della casa. Passata una settimana senza aver conosciuto praticamente nessuno e senza possibilità di muovermi verso il centro, guardavo nel vuoto ai miei piedi e mi chiedevo se le cose sarebbero mai cambiate. Se da brava alunna sarei tornata a casa con il compitino fatto e nessun buon ricordo. Oppure se.
A questo punto probabilmente vi chiederete cosa c’entra tutto questo con Précis di Benoit Pioulard. Beh, potenzialmente niente. Attualmente, tutto. Perchè un disco può avere valore retrospettivo e ricordare dei momenti précisi anche senza esserne fisicamente associato. E’ questo il caso: Benoit viene dal Michigan, ma la sua musica, per me, appartiene a quel nordamerica, al mio nordamerica, quella terra inospitale e deprimente che non finisce di esercitare il suo fascino desolato neppure nella memoria. Précis scivola sulle strade umide e incerte, lavate dalla natura anche quando sono sin troppo pulite. Dove il terreno è perennemente bagnato di pioggia ed il vento scuote una bandierina stelle e strisce ficcata in un aiuola, mentre un paio di macchine ti sfrecciano di fianco per ficcarsi in un garage a pochi metri.
Nel gioco del “se ci fosse stato” e del “se fossi” Benoit Pioulard è un Beirut elettronico. Anche lui, come Zach Condon, ha vent’anni ed anche lui, come Zach, è americano. Entrambi sono una one man band. Ed entrambi, nella differenza di genere, sono stati dotati del dono della composizione. La malinconia è il loro mestiere. L’uno scrive canzoni di mare e di nebbia, l’altro di sabbia e fango. Benoit prelude al colpo di scena, Beirut lo trascina oltre nel tempo, oltre la fine. L’uno crittografa con una manciata di note l’inizio dell’inverno, l’altro la fine dell’estate. Nessuno dei due mi ha accompagnato quando era il momento giusto. Tutti e due sono stati un colpo di fulmine. Di quelli veramente, veramente incandescenti. Fotografici.
Benoit Pioulard - Palimend
Benoit Pioulard - Triggering Back
Benoit Pioulard - The Seeding (Bonnie Prince Billie cover)