questo non è un report e vi prego di non considerarlo come tale.
Piano Magic live @ Estragon ieri sera
Sunday, May 20th, 2007
L’Estragon mi fa sempre un po’ paura: è una specie di hangar e mette alla prova l’idea di concerto a Bologna, rappresentata, almeno per me, dalla saletta nera iper-romantica del Covo. Palco altissimo, nessuna atmosfera, dispersione di emozione, contrapposizione buio pubblico-artista illuminato choccante nella misura in cui incarna perfettamente la regola disconfermata dall’esibizione-indie. I concerti all’Estragon sono sempre inseriti nella cornice classica del “concerto”, insomma, senza sovversione geometrica delle distanze e del rapporto tra poli. E poi ci sono le luci sullo stage, che mi fanno pensare che ogni tanto il tecnico creda di avere a che fare con i Pink Floyd.
Il corollario di tutto questo è che per suonare bene all’Estragon bisogna “essere bravi”, e se dopotutto tanto bravi non si è, bisogna “avere le canzoni” (lì dove si legge una scissione tra talento compositivo e performativo). Mi ricordo dei Klaxons che fecero la figura degli stoccafissi pur suonando una bomba corporea come Atlantis, e mi ricordo di quanto fui delusa dal concerto degli Arab Strap, pure una delle mie band del cuore. Della Gatta s’è detto sin troppo. Per Modest Mouse e Built To Spill, la cui doppietta - non posso stancarmi di dirlo - consiste per me nell’equivalente vaticano di uno dei misteri di Fatima, staremo a vedere, ma sono ovviamente ottimista.
Ieri sera all’Estragon c’erano Piano Magic e Giardini di Mirò, e non posso dire di aver capito che i primi aprivano effettivamente per i secondi. Senza nulla togliere ai Giardini, che ho visto tante e tante volte, sono arrivata tardi, e la band di Glen Johnson stava sfoderando i suoi ultimi tre-quattro pezzi.
Il concerto dei Piano Magic è il primo concerto magnifico che vedo all’Estragon. Sarà che “Part-Monster” mi ha mangiato al primo ascolto e The Last Engineer è una delle canzoni più belle che la formazione abbia mai partorito, ma ultimamente non mi capita così spesso di restare immobilizzata davanti ad un live. Mi è successo ieri. Nonostante tutto. Nonostante l’Estragon ed i suoi problemi di scenario. La modestia di una band in giro da dieci anni con dischi quasi sempre ottimi è commovente e la presenza scenica di Johnson molto meno trasparente di quanto non ricordassi dall’ultima volta che li avevo visti, due anni fa.
“Avere le canzoni” e “saperle suonare” (due al prezzo di uno!), sfasciando i contro, penetrando le orecchie, il petto, i centri dell’attenzione in maniera così distinta a dispetto di un contesto così indistinto. Naturalmente non è lecito, e per molte ragioni, paragonare i Piano Magic ai Radiohead, ma una cosa, per me, hanno in comune: entrambi raccontano, fanno cantare e piangere i mostri dentro. Li domano, li dominano, li piegano e li strizzano muovendo i succhi gastrici come la luna con la marea.
Guardate il mio filmato di The Last Engineer (molto altro sulla pagina YouTube di Vitaminic)