I remember (walkin’ in the sand) #1
Tuesday, July 31st, 2007Siccome non ci sarà un’estate 2007 per me, mi cullo nel ricordo di altre estati. Non so se riuscirò ad arrivare al 2006, comunque questa è la prima parte. Ho avuto voglia di scriverne e l’ho fatto. Innanzitutto per me.
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Londra, 1999.
Southampton Row, da qualche parte vicino a Russell Square. Un grande palazzo-alveare, un ostello. Uno studentato. Io e te ci teniamo per mano e guardiamo in alto, fino alla fine della fila verticale di finestrelle che si aprono solo un centimetro sull’aria gonfia di pioggia. L’aria qui è sempre gonfia di pioggia. Tu hai un top corto, grigio, io quella maglietta blu della Replay che ho perso di vista da almeno sette anni. Hai un top corto grigio su cui cade quella tua cascata assurda di capelli biondi. Saliamo a lasciare alla valigie ed il ragazzo che lavora alla reception è un portoghese con gli occhi blu. Ci porta alla nostra stanza, quella in cui metteremo le proverbiali tende per tre settimane. Gran vista dal nostro oblò: altri oblò. Il cemento rossastro dell’edilizia anni Ottanta. Che ha fatto più danni paesaggistici di quella di qualsiasi altra epoca, come dice mia madre. Il bagno è minuscolo, con una doccia/vasca, un cesso ed uno specchio. Cominciamo a farci fotografie l’una dell’altra. Ne ho ancora una sotto il tavolo del salotto, in una specie di piatto di legno. Mi sembra che quelle due persone non esistano più. I nostri letti sono l’uno di fronte all’altro, ma dalla mia prospettiva, diciamo, vedo le piante dei tuoi piedi. Mi sono portata Musica per Organi Caldi di Bukowski. Non mi piace per niente. Mi dici che allora te lo leggerai tu ed il tascabile Feltrinelli si alloggia sul tuo comodino. Io mi tengo un volume enorme che raccoglie tutti testi dei Cure. Che noia, mi dici, non ne uscirai mai se continui così, sul serio. Ma per ora non ho nessuna voglia di uscirne. Una settimana fa il mio ragazzo mi ha lasciato mentre facevamo due passi casuali in un parco, in mezzo ad un sacco di papere sporche e bambini urlanti. Imparare a memoria tutte le parole di Just Like Heaven mi sembra il minimo. E dopotutto questo è un viaggio di consolazione, no? Andiamo a Piccadilly che domani e da domani sempre avremo la scuola dalle nove di mattina alle cinque di pomeriggio.
A Piccadilly conosciamo immediatamente un gruppo di italiani. Non è difficile. A Piccadilly sono tutti italiani. Sotto il cupido beviamo Tennents Super in lattina. Tutte truccate, coi capelli spazzolati ed un sorriso inamovibile stampigliato tra le guance. Non lo so come torneremo a casa, non chiedermelo. Non abbiamo mangiato niente, non mangiamo mai niente. Forse ci accompagneranno i ragazzi. Tu flirti con tutti in quella tua maniera assolutamente ingenua. In quei giorni ti sei guadagnata il soprannome “Foxy Lady”. Che io ascoltavo Hendrix e tu impazzivi già per Bob Marley. Le luci attorno sono di un arancione brillante. Tagliamo l’angolo dove c’è quella fontana. Chissà cosa ci stiamo dicendo. Forse adesso ci stiamo scambiando commenti sulle facce nuove che abbiamo accolto nel nostro agosto londinese.
A scuola ci separano. Tu in una classe di sfigati. All’intervallo mi vieni incontro dicendomi “mariiii” con quel tono che usi anche adesso quando vuoi lamentarti di qualcosa in maniera veramente urgente. E’ una classe di sfigati! A te come è andata? Meglio, ti rispondo. C’è Fred. Uno smunto ragazzo francese in baggy pants che adora i Bestie Boys. A lezione abbiamo ascoltato e commentato Bob Dylan. Il mio insegnante è un inglesotto bolso con i capelli rossicci, che prende tutto alla leggera. E comunque c’è Fred. Approvi: è una buona distrazione. Magari la finisci con i Cure.
I giorni passano tra i vestiti di Miss Selfridge e le passeggiate tra Bar Italia e nogozi di dischi a Soho. Come al liceo, riusciamo a bigiare anche dalla scuola di inglese. Ci prendiamo una vacanza quando ci pare. Mentre Covent Garden, Leicester Square e Camden diventano una parte topica delle nostre giornate. Ci teniamo per mano e diventiamo sempre più adulte. Ci avventuriamo a Sheperd’s Bush alla ricerca di quel che ci piaceva fare a diciotto anni, le pareti delle ostre settimane si colorano ogni giorno di una galleria assurda di personaggi, mentre ci stringiamo l’una all’altra felici di stare vivendo la prima vera avventura on our terms delle nostre vite. Eravamo state prima in un paio di vacanze studio, ma c’erano sempre gli insegnanti delle grigissime mattinate scolastiche. Quest’anno, questa volta, siamo io. E te. E non potremo riparlare di tutto questo l’anno prossimo, sedute nello stesso banco come abbiamo fatto per almeno tre anni. School is out for summer. No. School is out forever. E’ finita. A settembre parto per Bologna. Cambierà tutto. Vedrai, cambierà tutto.
Mentre il receptionist portoghese (quello con gli occhi blu) dello studentato mi lascia lettere d’amore sotto la porta, io mi sveglio tutte le mattine alle 7 per farmi la doccia, resuscitata dai nodi nello stomaco. Sono in piedi prestissimo anche se torniamo alle 3 tutte le sere. E tu ogni mattina apri un occhio e biaschichi “che ore sono?”, io ti rispondo che sono le 7. “Tu sei pazza” bofonchi prima di sprofondare nel cuscino per altre tre ore. Sono innamorata, per quel che vale. Anche se sarebbe più corretto dire che mi sono attaccata a qualcosa di assolutamente effimero per combattere una delusione cocente. Andare a scuola diventa la ragione per cui mi butto giù dal letto. E con Fred siamo sempre più complici, sempre seduti l’uno di fianco all’altro a parlare in franglish di musica e film. Non ho mai il coraggio di chiedergli di uscire. Non c’è stata una volta che l’abbia visto dopo le cinque di sera. Tu ti innamori di tutti e di nessuno. Hai baciato poi uno di quei ragazzi di Picadilly? Non me lo ricordo.
La mattina dell’11 agosto il copione si ripete. Apro la tenda della solita micro-finestra di Southampton che dà su altre micro-finestre ed è tutto buio, ma la sveglia dice che sono le 10. Alzati, dobbiamo andare a scuola! Ma quale scuola? Alzi la testa con la faccia coperta di fili biondi. Non vedi che è buio? Allora è la sveglia ad essere rotta? Non lo so Mari, torna a dormire. Non posso dormire, devo andare a scuola. E ci devi andare anche tu. Tra mille proteste ti alzi e ti vesti. Dopo aver mangiato il solito pasticcio di uova semi-rancide, usciamo dal cortile post-industriale in uno scenario apocalittico. Londra è buia. Buia come se fossero le sei di sera. Non c’entra il tempo. Il sole si è oscurato.
Piene di scarpe nuove, vinili e poster arriviamo alla fine delle nostre tre settimane. E’ ultimo giorno di scuola. Saluto Fred nel giardino e lo guardo con degli occhi pieni di pena. Mi dice che dovremmo fare due passi, alla larga da qui. Il petto mi si sta smontando. Non controllo i battiti quando ci sediamo sotto una porta azzurra, su delle scalinate bianche e lui mi dice che, lo sai, io ho una ragazza in Francia. Stiamo insieme da tre anni. Il discorso prende delle tinte surreali. L’ha capito dal mio sguardo. O non so. Fatto sta che me lo dice in quel momento per un motivo preciso, scusandosi di qualcosa che non è mai stato detto e mai stato fatto. La conversazione è un vicolo cieco. Gli chiedo timidamente di vederci per una volta, una sera. Noi saremo a Piccadilly, come tutte le sere. Mi dice che non sa se ce la farà. E ci salutiamo. Tu mi aspetti fuori dalla scuola con aria preoccupata. Io scoppio a piangere e mi porti a mangiare un hot dog in qualche tristissimo dive restaurant della zona, mentre le lacrime di cadono nella Coca-Cola. Mi fai anche una fotografia. Ce l’ho ancora.
Restiamo sveglie tutta la notte ad assorbire il caos di Tottenham buttando via una lattina di Tennents Super dopo l’altra. Fred compare. E scompare prima che me ne accorga. Era tutto quello che volevo. Una prova. Un sigillo. Una clausola. In aeroporto, dopo l’oblio del Londra-Milano, restiamo sedute aspettando il volo definitivo. Linate è sfuocata. Abbiamo sonno. Di fronte alle nostre gambe stese sulle valigie, c’è la gigantografia di una qualche ragazza Vuitton che con i suoi zigomi di plastica ci dà il benvenuto a casa: è la fine di un epoca.
Per moltissimi versi analogo al disco di Beirut dell’anno scorso, il mio album estivo del 2007 è quello di