Adrian Orange come and get us (anywhere but here)
Qua c’è una finestra chiusa. E’ chiusa perchè sta andando a tutta birra l’aria condizionata (che pure mi salva dall’eccessivo tepore di queste giornate bolognesi) e lasciarla aperta è uno spreco. L’alternativa a morire di caldo, dunque, è sentirsi in trappola. Ed io mi ci sento. Con un libro davvero ostico che ti prega di studiarlo seduto davanti a te ed un vetro semi-pulito da cui vedi i tetti rossi sfuocati dal calore, la fantasia corre a briglia sciolta.
Il fatto è che quest’estate avrei voluto vivere. Non sopravvivere. Avrei voluto trovarmi a ballare un valzer in una piazza messicana, con Mirah in testa che guida i miei piedi nonostante la musica realmente in sottofondo. Avrei voluto trovarmi a Berlino incrinata dalla bellezza dell’architettura mentre St. Vincent gira nel mio Ipod cerebrale. O avvolta in una giacca pesante su di un fiordo aspettando september, please come back, september. Sento la mancanza cronica di Parigi e degli Stati Uniti. Ma mi mancano ancora di più i luoghi che non ho visto. Forse quelli caldissimi in cui però puoi sederti davanti al mare di notte. Mi manca qualsiasi luogo che non sia Bologna. Amo Bologna ma mi sembra che in questo periodo non mi voglia attorno. E stessimo l’una di fronte all’altra senza rivolgerci la parola, solo scambiandoci qualche commento acido di tanto in tanto.
Per moltissimi versi analogo al disco di Beirut dell’anno scorso, il mio album estivo del 2007 è quello di Adrian Orange in uscita per la K, di cui è veramente presto per parlare. Arriverà a settembre. E mi ricorderà, temo sempre, di quanto questa finestra chiusa mi faccia soffrire e mi faccia sentire in cattività.
Come Gulag Orkestar l’album di Orange (che alcuni di noi conoscono meglio come Thanksgiving, mitico e giovanissimo fondatore della Marriage di Portland, OR) è un album che ibrida il folk ad un genere esotico, in questo caso l’afrobeat di felakutiana memoria.
Come Gulag Orkestar, è un disco terribilmente triste, gonfio di nostalgia e impazienza di essere ovunque, tranne che qui. Come Gulag, è un disco nomade per nomadi. Specie per quelli che lo erano e non lo sono più, e passano il resto delle proprie ore a detestare quello che avevano tanto rimpianto. Casa.
Come Zach, Orange, ventenne, ha una voce da crooner desolato che non solo non corrisponde a, ma smentisce la sua età. Quello che provavo ascoltando Beirut lo provo ora ascoltando questo album lussureggiante e struggente di cui, ripeto, forse non mi dovrei prendere la licenza di parlare con tanto anticipo. Se lo faccio è perchè settembre sarà troppo tardi, ed io penso che sia un disco che va ascoltato con il caldo torrido, mentre si cova dentro qualsiasi tipo di sentimento che mal di addice a tutto quello che, nella coscienza comune, l’estate porta con sé.
Fiati e kettle drums mi stringono il cuore. Portatemi via, dovunque ci sia una jam session con un tipo strambo alla voce. Ovunque che non sia il quartiere San Vitale. Seriamente, persino quel locale afro dalle parti del Container andrebbe bene.
Adrian Orange and Her Band - You Are My Home (dall’incredibile self-titled di cui sopra)