tumblring oh tumblring down
Sto postando con certa regolarità (surprise surprise) sul mio Tumblr. Se mi volete sono lì.
Sto postando con certa regolarità (surprise surprise) sul mio Tumblr. Se mi volete sono lì.
Ho ascoltato parecchio (ma parecchio in ritardo sull’hype) Homecoming, la hit dei Teenagers, praticamente scoperti su Vitaminic (non da me) un anno fa. Lo so che la conoscete già tutti, anyway.
Da un lato, la trovo una canzone incredibilmente reazionaria: penso, ecco cosa ha generato la campagna tette-culi-Wayfarer-sooo trendy! di American Apparel - una celebrazione a tutto tondo dellla Lolita oggetto che esibisce compiaciuta mentre il diciottenne in questione sfoglia le avvenenti forme coperte da mutandine made in USA, ci perde più del dovuto ed alla fine si compra anche un paio di magliettine, e si, perché no? un bel paio di boxer da riempire, oltre al resto, d’ovatta (il video, del resto, parla chiarissimo, anche dell’ovatta). Ma queste sono considerazioni, realmente, quasi a margine: il j’accuse si potrebbe fondare in maniera più lecita, e standard, sull’uso di una delle parole inglesi più bandite e vituperate del vocabolario di riferimento maschile, cunt. Che, oltretutto, risulta ancora più antipatica nel contesto di racconto differito e pesantemente sessuale a cui fa da contrappunto quello femminile, assestato su tutt’altro registro: toni sognanti, infiorettati e verginali, una specie di girotondo sul classico luogo comune da Cosmopolitan “lui pensa al sesso e lei all’amore”. Insomma, in parole povere, se io venissi a sapere che a settembre, tornato a casa, il mio flirt estivo mi chiama “cunt” con gli amici non ne sarei esattamente lusingata; un rapporto tra sessi in questi termini, d’altro canto, mi suscita un’immediata reazione allergica, oltre che una risata.
Dall’altro, adoro la canzone e la considero per quel che mi sembra: lo spoof di Summer Nights di Grease all’epoca di MySpace ed, appunto, dell’estetica American Apparel. La struttura è la stessa, la trama anche, l’identità con la distribuzione dei dialoghi innegabile. Il film mi è caro. Homecoming per me è affascinante alla luce di questa somiglianza o citazione, e tutto sommato in qualche modo giustificabile nel suo maschilismo, talmente spreticato e brufoloso da risultare niente più che caricaturale. Perché il punto è proprio questo, no? Giocare sui luoghi comuni; in maniera non così diversa dall’ilare sferzata del Deboscio.
Per informazione e supporto al post, ecco il testo e di seguito i video di Homecoming e Summer Nights:
(lui) Last week I flew to san diego to see my aunt and i met hot her step daughter. She’s a cheerleader, she’s a virgin and she’s really tanned. As she stepped out of her massive car, I could only notice she was fuckable. I think she was coming back of her game or somthing. B’cause she was holding her stick and pom pom. On day two, I fucked her and it was wild. She s such a slut.
I fucked my American cunt.
I loved my English romance.
I fucked my American cunt.
I loved my English romance.
It was dirty and dream came true just like I like it she’s got nice tits.
It was perfect and dream came true just like a sunlight in “my eye” too.
(lei) Okay, listen girls, I met the hottest guy ever. Basically as I was steping out of SUV, I came face to face with my step cousin or whatever. Who cares. Anyway he was wearing skinny jeans, funky hair and the cutest british accent ever.Straight away, I can tell he was rocker from a sexy attitude and the way he look to me. Hum he’s totally awesome. Oh my god I think I’m in love.
I fucked my American cunt.
I loved my English romance.
I fucked my American cunt.
I loved my English romance.
It was dirty and dream came true just like I like it she’s got nice tits.
It was perfect and dream came true just like a sunlight in “my eye too”.
I fucked my American cunt.
I loved my English romance.
I fucked my American cunt.
I loved my English romance.
It was so nice to me too. Pleasure is mine i do like you. Comme to Cancun for spring break. I think about it, it could be great.
And don’t forget he send me a “friend request”!
(ed ora si che per ovvi motivi il mio filtro anti-spam avrà parecchio da fare…)
Siccome non ci sarà un’estate 2007 per me, mi cullo nel ricordo di altre estati. Non so se riuscirò ad arrivare al 2006, comunque questa è la prima parte. Ho avuto voglia di scriverne e l’ho fatto. Innanzitutto per me.
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Londra, 1999.
Southampton Row, da qualche parte vicino a Russell Square. Un grande palazzo-alveare, un ostello. Uno studentato. Io e te ci teniamo per mano e guardiamo in alto, fino alla fine della fila verticale di finestrelle che si aprono solo un centimetro sull’aria gonfia di pioggia. L’aria qui è sempre gonfia di pioggia. Tu hai un top corto, grigio, io quella maglietta blu della Replay che ho perso di vista da almeno sette anni. Hai un top corto grigio su cui cade quella tua cascata assurda di capelli biondi. Saliamo a lasciare alla valigie ed il ragazzo che lavora alla reception è un portoghese con gli occhi blu. Ci porta alla nostra stanza, quella in cui metteremo le proverbiali tende per tre settimane. Gran vista dal nostro oblò: altri oblò. Il cemento rossastro dell’edilizia anni Ottanta. Che ha fatto più danni paesaggistici di quella di qualsiasi altra epoca, come dice mia madre. Il bagno è minuscolo, con una doccia/vasca, un cesso ed uno specchio. Cominciamo a farci fotografie l’una dell’altra. Ne ho ancora una sotto il tavolo del salotto, in una specie di piatto di legno. Mi sembra che quelle due persone non esistano più. I nostri letti sono l’uno di fronte all’altro, ma dalla mia prospettiva, diciamo, vedo le piante dei tuoi piedi. Mi sono portata Musica per Organi Caldi di Bukowski. Non mi piace per niente. Mi dici che allora te lo leggerai tu ed il tascabile Feltrinelli si alloggia sul tuo comodino. Io mi tengo un volume enorme che raccoglie tutti testi dei Cure. Che noia, mi dici, non ne uscirai mai se continui così, sul serio. Ma per ora non ho nessuna voglia di uscirne. Una settimana fa il mio ragazzo mi ha lasciato mentre facevamo due passi casuali in un parco, in mezzo ad un sacco di papere sporche e bambini urlanti. Imparare a memoria tutte le parole di Just Like Heaven mi sembra il minimo. E dopotutto questo è un viaggio di consolazione, no? Andiamo a Piccadilly che domani e da domani sempre avremo la scuola dalle nove di mattina alle cinque di pomeriggio.
A Piccadilly conosciamo immediatamente un gruppo di italiani. Non è difficile. A Piccadilly sono tutti italiani. Sotto il cupido beviamo Tennents Super in lattina. Tutte truccate, coi capelli spazzolati ed un sorriso inamovibile stampigliato tra le guance. Non lo so come torneremo a casa, non chiedermelo. Non abbiamo mangiato niente, non mangiamo mai niente. Forse ci accompagneranno i ragazzi. Tu flirti con tutti in quella tua maniera assolutamente ingenua. In quei giorni ti sei guadagnata il soprannome “Foxy Lady”. Che io ascoltavo Hendrix e tu impazzivi già per Bob Marley. Le luci attorno sono di un arancione brillante. Tagliamo l’angolo dove c’è quella fontana. Chissà cosa ci stiamo dicendo. Forse adesso ci stiamo scambiando commenti sulle facce nuove che abbiamo accolto nel nostro agosto londinese.
A scuola ci separano. Tu in una classe di sfigati. All’intervallo mi vieni incontro dicendomi “mariiii” con quel tono che usi anche adesso quando vuoi lamentarti di qualcosa in maniera veramente urgente. E’ una classe di sfigati! A te come è andata? Meglio, ti rispondo. C’è Fred. Uno smunto ragazzo francese in baggy pants che adora i Bestie Boys. A lezione abbiamo ascoltato e commentato Bob Dylan. Il mio insegnante è un inglesotto bolso con i capelli rossicci, che prende tutto alla leggera. E comunque c’è Fred. Approvi: è una buona distrazione. Magari la finisci con i Cure.
I giorni passano tra i vestiti di Miss Selfridge e le passeggiate tra Bar Italia e nogozi di dischi a Soho. Come al liceo, riusciamo a bigiare anche dalla scuola di inglese. Ci prendiamo una vacanza quando ci pare. Mentre Covent Garden, Leicester Square e Camden diventano una parte topica delle nostre giornate. Ci teniamo per mano e diventiamo sempre più adulte. Ci avventuriamo a Sheperd’s Bush alla ricerca di quel che ci piaceva fare a diciotto anni, le pareti delle ostre settimane si colorano ogni giorno di una galleria assurda di personaggi, mentre ci stringiamo l’una all’altra felici di stare vivendo la prima vera avventura on our terms delle nostre vite. Eravamo state prima in un paio di vacanze studio, ma c’erano sempre gli insegnanti delle grigissime mattinate scolastiche. Quest’anno, questa volta, siamo io. E te. E non potremo riparlare di tutto questo l’anno prossimo, sedute nello stesso banco come abbiamo fatto per almeno tre anni. School is out for summer. No. School is out forever. E’ finita. A settembre parto per Bologna. Cambierà tutto. Vedrai, cambierà tutto.
Mentre il receptionist portoghese (quello con gli occhi blu) dello studentato mi lascia lettere d’amore sotto la porta, io mi sveglio tutte le mattine alle 7 per farmi la doccia, resuscitata dai nodi nello stomaco. Sono in piedi prestissimo anche se torniamo alle 3 tutte le sere. E tu ogni mattina apri un occhio e biaschichi “che ore sono?”, io ti rispondo che sono le 7. “Tu sei pazza” bofonchi prima di sprofondare nel cuscino per altre tre ore. Sono innamorata, per quel che vale. Anche se sarebbe più corretto dire che mi sono attaccata a qualcosa di assolutamente effimero per combattere una delusione cocente. Andare a scuola diventa la ragione per cui mi butto giù dal letto. E con Fred siamo sempre più complici, sempre seduti l’uno di fianco all’altro a parlare in franglish di musica e film. Non ho mai il coraggio di chiedergli di uscire. Non c’è stata una volta che l’abbia visto dopo le cinque di sera. Tu ti innamori di tutti e di nessuno. Hai baciato poi uno di quei ragazzi di Picadilly? Non me lo ricordo.
La mattina dell’11 agosto il copione si ripete. Apro la tenda della solita micro-finestra di Southampton che dà su altre micro-finestre ed è tutto buio, ma la sveglia dice che sono le 10. Alzati, dobbiamo andare a scuola! Ma quale scuola? Alzi la testa con la faccia coperta di fili biondi. Non vedi che è buio? Allora è la sveglia ad essere rotta? Non lo so Mari, torna a dormire. Non posso dormire, devo andare a scuola. E ci devi andare anche tu. Tra mille proteste ti alzi e ti vesti. Dopo aver mangiato il solito pasticcio di uova semi-rancide, usciamo dal cortile post-industriale in uno scenario apocalittico. Londra è buia. Buia come se fossero le sei di sera. Non c’entra il tempo. Il sole si è oscurato.
Piene di scarpe nuove, vinili e poster arriviamo alla fine delle nostre tre settimane. E’ ultimo giorno di scuola. Saluto Fred nel giardino e lo guardo con degli occhi pieni di pena. Mi dice che dovremmo fare due passi, alla larga da qui. Il petto mi si sta smontando. Non controllo i battiti quando ci sediamo sotto una porta azzurra, su delle scalinate bianche e lui mi dice che, lo sai, io ho una ragazza in Francia. Stiamo insieme da tre anni. Il discorso prende delle tinte surreali. L’ha capito dal mio sguardo. O non so. Fatto sta che me lo dice in quel momento per un motivo preciso, scusandosi di qualcosa che non è mai stato detto e mai stato fatto. La conversazione è un vicolo cieco. Gli chiedo timidamente di vederci per una volta, una sera. Noi saremo a Piccadilly, come tutte le sere. Mi dice che non sa se ce la farà. E ci salutiamo. Tu mi aspetti fuori dalla scuola con aria preoccupata. Io scoppio a piangere e mi porti a mangiare un hot dog in qualche tristissimo dive restaurant della zona, mentre le lacrime di cadono nella Coca-Cola. Mi fai anche una fotografia. Ce l’ho ancora.
Restiamo sveglie tutta la notte ad assorbire il caos di Tottenham buttando via una lattina di Tennents Super dopo l’altra. Fred compare. E scompare prima che me ne accorga. Era tutto quello che volevo. Una prova. Un sigillo. Una clausola. In aeroporto, dopo l’oblio del Londra-Milano, restiamo sedute aspettando il volo definitivo. Linate è sfuocata. Abbiamo sonno. Di fronte alle nostre gambe stese sulle valigie, c’è la gigantografia di una qualche ragazza Vuitton che con i suoi zigomi di plastica ci dà il benvenuto a casa: è la fine di un epoca.
Ieri sera al Pink Sound of the Moon ho passato una serata deliziosa. Ho proposto una selezione esclusivamente femminile, che andava dai favolosi 60s al right here right now. Ho ballato. E sono stata veramente felice quando ho visto Emiliano, uno degli organizzatori, cantare a memoria la sempiterna Sweet Talkin’ Guy delle Chiffons. Invece, delle graziose Midaircondo non ho molto da dire. Non è il mio genere e sono andata via presto. Ma il Coccobello era veramente pieno e loro mi sono sembrate molto brave (lui vi potrebbe offire una descrizione di gran lunga migliore). Non dimenticate di fare un salto in quel di Carpi per le altre date della rassegna, ne vale la pena - next week Barbara Morgenstern ed Anais ai cdjs.
Comunque. Ieri sera ho aperto con una incredibile canzone di Carole King: He Hit Me (And It Felt Like a Kiss) nella versione marziale e dilatata delle “spectorettes” Crystals. Carole l’aveva scritta per disgusto. Perchè la sua baby-sitter (a sua volta una chanteuse giovanissima dell’epoca) una volta tornò a casa coperta di lividi, sostenendo che chi l'’aveve picchiata l’avesse fatto per amore.
Adoro questa canzone per una varietà di ragioni. Al di là dell’accusa palese nei confronti della violenza domestica, io credo che il dito venga puntato sul tema scottante che congiunge femminilità, sottomissione e masochismo. La trovo attualissima. Era attualissima anche ai tempi, quando fu bandita dalle radio e Carole fu duramente accusata da una serie di bigotte e bigotti che non riuscivano a vedere al di là del loro naso.
Cercando un video dell’interpretazione originalemi sono imbattuta nella cover che ne hanno fatto i Grizzly Bear. Per qualche ragione mi sembra estremamente in fit con la loro poetica. Ne hanno fatta una (volgare, diversa ma per me molto bella) versione anche le Hole. Le riporto entrambe qui di sotto, precedute da una specie di montaggio fotografico dell’originale delle Crystals. E’ tremendo, ma è una buona maniera per evitare di farvela ascoltare, postare un mp3 e farmi citare in causa da quel porco di Spector, che è notoriamente gelossisimo dei suoi molti copyrights.
Passare tutte le proprie serate estive in casa in compagnia dei luminari del pensiero occidentale (non per scelta autonoma, sia chiaro) con la finestra aperta sulla mia destra ha due vantaggi. Primo, seguo le fasi lunari dopo giorno giorno, ed ogni sera mi godo l’imbrunire cittadino piacevolmente asfittico di queste notti di luglio inoltrato. Secondo, abitare vicino a Piazza Maggiore, in linea d’aria almeno, mi fa origliare tutti i film che passano sullo schermo gigante.
Mi piace pensare a Bologna come ad un grande anfiteatro. Anche se mi trovo dall’altra parte della summa cavea. E posso solo ricostruire con l’immaginazione quello che sta succedendo. (foto di)
Qua c’è una finestra chiusa. E’ chiusa perchè sta andando a tutta birra l’aria condizionata (che pure mi salva dall’eccessivo tepore di queste giornate bolognesi) e lasciarla aperta è uno spreco. L’alternativa a morire di caldo, dunque, è sentirsi in trappola. Ed io mi ci sento. Con un libro davvero ostico che ti prega di studiarlo seduto davanti a te ed un vetro semi-pulito da cui vedi i tetti rossi sfuocati dal calore, la fantasia corre a briglia sciolta.
Il fatto è che quest’estate avrei voluto vivere. Non sopravvivere. Avrei voluto trovarmi a ballare un valzer in una piazza messicana, con Mirah in testa che guida i miei piedi nonostante la musica realmente in sottofondo. Avrei voluto trovarmi a Berlino incrinata dalla bellezza dell’architettura mentre St. Vincent gira nel mio Ipod cerebrale. O avvolta in una giacca pesante su di un fiordo aspettando september, please come back, september. Sento la mancanza cronica di Parigi e degli Stati Uniti. Ma mi mancano ancora di più i luoghi che non ho visto. Forse quelli caldissimi in cui però puoi sederti davanti al mare di notte. Mi manca qualsiasi luogo che non sia Bologna. Amo Bologna ma mi sembra che in questo periodo non mi voglia attorno. E stessimo l’una di fronte all’altra senza rivolgerci la parola, solo scambiandoci qualche commento acido di tanto in tanto.
Per moltissimi versi analogo al disco di Beirut dell’anno scorso, il mio album estivo del 2007 è quello di Adrian Orange in uscita per la K, di cui è veramente presto per parlare. Arriverà a settembre. E mi ricorderà, temo sempre, di quanto questa finestra chiusa mi faccia soffrire e mi faccia sentire in cattività.
Come Gulag Orkestar l’album di Orange (che alcuni di noi conoscono meglio come Thanksgiving, mitico e giovanissimo fondatore della Marriage di Portland, OR) è un album che ibrida il folk ad un genere esotico, in questo caso l’afrobeat di felakutiana memoria.
Come Gulag Orkestar, è un disco terribilmente triste, gonfio di nostalgia e impazienza di essere ovunque, tranne che qui. Come Gulag, è un disco nomade per nomadi. Specie per quelli che lo erano e non lo sono più, e passano il resto delle proprie ore a detestare quello che avevano tanto rimpianto. Casa.
Come Zach, Orange, ventenne, ha una voce da crooner desolato che non solo non corrisponde a, ma smentisce la sua età. Quello che provavo ascoltando Beirut lo provo ora ascoltando questo album lussureggiante e struggente di cui, ripeto, forse non mi dovrei prendere la licenza di parlare con tanto anticipo. Se lo faccio è perchè settembre sarà troppo tardi, ed io penso che sia un disco che va ascoltato con il caldo torrido, mentre si cova dentro qualsiasi tipo di sentimento che mal di addice a tutto quello che, nella coscienza comune, l’estate porta con sé.
Fiati e kettle drums mi stringono il cuore. Portatemi via, dovunque ci sia una jam session con un tipo strambo alla voce. Ovunque che non sia il quartiere San Vitale. Seriamente, persino quel locale afro dalle parti del Container andrebbe bene.
Adrian Orange and Her Band - You Are My Home (dall’incredibile self-titled di cui sopra)
So che ormai questo blog è una specie di casa disabitata, ma approfitto del fatto di non averlo chiuso (e di non volerlo tuttora chiudere, temporeggiando, aspettando, maturando) per dire che ho seguito da lurker il piccolo pandemonio causato da un commento sul post di una certa band che apriva per una cert’altra band e francamente trovo il tutto nauseante. Mi spiegate perchè quello che in tutto il resto del mondo si chiama “comunità” qui viene chiamato “mafia”? Mi spiegate che cazzo c’è di male nel fatto che qualcuno sia contento se una band di persone che stima e che fa musica che gli sta a cuore arrivi dove vuole arrivare? Spiegatemelo, dai. Perchè giuro che non lo capisco.
Insomma, io di complicarmi la vita non ne ho molta voglia. Quando posso, quasi sempre, sto zitta e non reagisco agli attacchi. Un po’ perchè ho da lavorare, studiare, ascoltare e non me ne frega granchè. Un po’ perchè il punto dei famosi anonimi (o anche dei semplici “avvelenatori di pozzi” dai commenti denigratori di una riga che non motivano mai nessuna delle loro critiche) sembra proprio essere quel ricevere attenzione che evidentemente si sentono negati.
Non è per allargare il discorso ai massimi sistemi (anche se si potrebbe certamente fare avendo tempo e desiderio di farlo) ma il problema mi pare che sia un eccesso di vicinanza che è squisitamente figlia dei blog, dei myspace e dei last.fm, dei tumblr, dei flickr e di tutto il resto. Esemplificando, mi pare che il punto sia “ma perchè questo qua che c’ha un blog come me si, ed io no? Io ho una cultura musicale migliore e sono pure più gnocco”; “ma perchè questo che suona nel mio stesso garage si ed io no, che c’ho quindici dischi all’attivo che non s’è mai cagato nessuno perchè non ci ho gli amici che me lo pompano?” Detta come va detta, e nella ristrettezza di vocabolario che abbino automaticamente ad un certo tipo di rimuginare.
So che l’idea stessa di “comunità” - che pure in molti altrove esiste in maniera indisturbata - è utopica, ed ha pure dei fastidiosi risvolti buonisti. Questo non toglie che un microcmoso nel quale a chi ammonti a qualsiasi cosa venga dato della puttana (nel caso di una donna) o del raccomandato (nel caso di un uomo) per me sia un perfetto esempio di perpetrazione della critica. La denigrazione costante, la lotta a chi è più visibile, lo sputo nel piatto dell’altro: questa per me è la mafia, e la mentalità mafiosa.
L’Estragon mi fa sempre un po’ paura: è una specie di hangar e mette alla prova l’idea di concerto a Bologna, rappresentata, almeno per me, dalla saletta nera iper-romantica del Covo. Palco altissimo, nessuna atmosfera, dispersione di emozione, contrapposizione buio pubblico-artista illuminato choccante nella misura in cui incarna perfettamente la regola disconfermata dall’esibizione-indie. I concerti all’Estragon sono sempre inseriti nella cornice classica del “concerto”, insomma, senza sovversione geometrica delle distanze e del rapporto tra poli. E poi ci sono le luci sullo stage, che mi fanno pensare che ogni tanto il tecnico creda di avere a che fare con i Pink Floyd.
Il corollario di tutto questo è che per suonare bene all’Estragon bisogna “essere bravi”, e se dopotutto tanto bravi non si è, bisogna “avere le canzoni” (lì dove si legge una scissione tra talento compositivo e performativo). Mi ricordo dei Klaxons che fecero la figura degli stoccafissi pur suonando una bomba corporea come Atlantis, e mi ricordo di quanto fui delusa dal concerto degli Arab Strap, pure una delle mie band del cuore. Della Gatta s’è detto sin troppo. Per Modest Mouse e Built To Spill, la cui doppietta - non posso stancarmi di dirlo - consiste per me nell’equivalente vaticano di uno dei misteri di Fatima, staremo a vedere, ma sono ovviamente ottimista.
Ieri sera all’Estragon c’erano Piano Magic e Giardini di Mirò, e non posso dire di aver capito che i primi aprivano effettivamente per i secondi. Senza nulla togliere ai Giardini, che ho visto tante e tante volte, sono arrivata tardi, e la band di Glen Johnson stava sfoderando i suoi ultimi tre-quattro pezzi.
Il concerto dei Piano Magic è il primo concerto magnifico che vedo all’Estragon. Sarà che “Part-Monster” mi ha mangiato al primo ascolto e The Last Engineer è una delle canzoni più belle che la formazione abbia mai partorito, ma ultimamente non mi capita così spesso di restare immobilizzata davanti ad un live. Mi è successo ieri. Nonostante tutto. Nonostante l’Estragon ed i suoi problemi di scenario. La modestia di una band in giro da dieci anni con dischi quasi sempre ottimi è commovente e la presenza scenica di Johnson molto meno trasparente di quanto non ricordassi dall’ultima volta che li avevo visti, due anni fa.
“Avere le canzoni” e “saperle suonare” (due al prezzo di uno!), sfasciando i contro, penetrando le orecchie, il petto, i centri dell’attenzione in maniera così distinta a dispetto di un contesto così indistinto. Naturalmente non è lecito, e per molte ragioni, paragonare i Piano Magic ai Radiohead, ma una cosa, per me, hanno in comune: entrambi raccontano, fanno cantare e piangere i mostri dentro. Li domano, li dominano, li piegano e li strizzano muovendo i succhi gastrici come la luna con la marea.
Guardate il mio filmato di The Last Engineer (molto altro sulla pagina YouTube di Vitaminic)
Riceviamo sempre messaggi disperati durante la nostra rubrica “Rusco Doom”, quella dedicata alle canzoni peggiori di tutti i tempi. La gente che ci ascolta dalla macchina sostiene di avere una certa reputazione e di non volere essere avvistata mentre a tutto volume dalla loro auto suona Povia oppure Mietta nel suo celebre duo sanremese con Amedeo Minghi. Anche quest’oggi, dunque, urrà per il trash tricolore: Sabotage! alla radio ritorna dopo un mese di pausa forzata da fattori quali ponti e sfiga. Me and Dariella down by the megahertz yard siamo in diretta tra un’ora e mezza circa, 103.1 per i bolognesi, in streaming o podcast domani per tutti gli altri. Sintonizzatevi per ascoltare il solito mucchio di stronzate ed i pezzi più belli dei più bei dischi di questo preciso minuto.
Qualche giorno fa ho finito di leggere il nuovo libro di Lucio Spaziante, che si chiama “Sociosemiotica del pop” (e lo consiglio a chiunque). Per chi non lo sapesse, Spaziante insegna Analisi dei Linguaggi Musicali Giovanili a Scienze della Comunicazione, qui a Bologna. Io non sono mai stata sua allieva, ma Dio sa se avrei voluto esserlo. Ad ogni modo, una parte del libro spiega di come ogni linguaggio, inizialmente misterioso, abbia bisogno di articolazione. Una volta che questa è in qualche modo scandita, il passaggio successivo è la costruzione di una grammatica. Fatta la grammatica, le possibilità restano due: l’espressione o la meta-espressione. La prima prelude ad una ovvia standardizzazione, la seconda ad una serie di altre occorrenze, che poi si sviluppano in, ulteriori, nuovi linguaggi. Allora il ciclo ricomincia.
Spaziante parlava del punk, nello specifico. Ma mi ha fatto pensare alla risposta di Stefano ad un lettore, che chiedeva del perchè Blow Up non si occupasse, ad esempio, dei Deftones. Perchè snobbasse quel tipo di forma di musica. Quella risposta è stampata a fuoco nel mio cervello e diceva qualcosa del genere: non ci occupiamo dell’”emo” o del pop-rock da classifica perchè ci sembrano forme cristallizzate; siamo alla ricerca di quello che, al contrario, è in perpetuo cambiamento, in perpetua fluidità. Naturalmente è un discorso pirandelliano. Ma quando, a Pasquetta, un bel gruppo di cinquantenni ed oltre - alcuni dei quali molto intelligenti - mi ha chiesto cos’era l’indie (sobillati dall’enunciazione di mia madre della mia professione) io ho ripetuto la risposta di Stefano a quel lettore. Direte, forse, che non è nulla di eccezionale, che lo sapevate da un pezzo. Anch’io lo sapevo. Certo. Ma non ero mai stata veramente capace di esprimerlo. Ed il contenuto senza espressione non è niente.
Non volevo parlare di musica, però, non è la ragione per cui ho cominciato a scrivere questo post. Volevo parlare di post. Perchè ho capito qual’è il mio problema con il blogging, ultimamente (da parecchio), e mi aspetto sia un problema diffuso, che molte persone che conosco potrebbero dire loro.
Quando il blog e l’XML erano un linguaggio dalle potenzialità largamente ignote, c’è stata l’esplosione dei blog. Tutti hanno un blog, tantissimi l’hanno avuto, tantissimi possono dire di aver sperimentato che vuol dire, tantissimi ancora ce l’hanno e lo aggiornano con regolarità. Io non riesco più a farlo perchè mi sembra di ripetermi constantemente e non vedo cosa possa avere di più da dire di dischi e musica di quello che già i blogger americani ed italiani non facciano. Il mio blogging mi sembra cristallizzato, esaurito. Una ripetizione della stessa sintassi, degli stessi ascolti con variazione di nome ed etichetta. Ho paura che l’m-blogging non mi interessi più come prima. E che mi piaccia invece cadere costantemente in questo, appunto, meta-blogging, dove non faccio che addurre le ragioni di un blocco contro il quale, lo so, mi sento assolutamente impotente.
Non è che non legga più le espressioni individuali (che comunque, ne converrete, si sono drasticamente ridotte) ed anzi, ammiro moltissimo chi non si arrende e non soffre di questa paura di obsolescenza precoce. Giro tra chi ancora posta ed in diversi casi lo trovo un appuntamento fisso, incorporato nella mia routinea tutti gli effetti. Non è che non legga di musica, direi che non hai mai letto tanto di musica nella mia intera vita. Non è che non scriva di musica, direi che non ne ho mai scritto così tanto nella mia vita. E’ il mezzo blog che mi dà delle perplessità.
Enzo una volta mi ha detto che scrivere sul proprio blog dovrebbe essere sempre un piacere. Che se diventa un dovere il gioco è finito, game over, che a qual punto basta, è meglio chiudere. Io non voglio chiudere, ma non voglio scrivere. Non è che scrivere sul blog per me sia un dovere esterno, è un dovere interno, come la differenza sottile e meravigliosa tra have to e must in inglese. E’ davvero interessante per voi leggere cosa ne pensa MarinaP dell’album dei The National? Potete leggerlo su Vitaminic o su Blow Up. La grammatica non cambia, è la mia grammatica. Quante volte ci si può re-inventare? E perchè?
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